Il viaggio della speranza

Terzo classificato al concorso letterario Boschetto Express 

per la sezione raccontocon la seguente motivazione della Giuria:

Il “viaggio della speranza” di un ragazzo pakistano di 17 anni, Hassan, raccontato in prima persona, assume la dimensione del viaggio di formazione attraverso il quale il protagonista, nonostante le tragiche avversità, riesce a custodire integri l’amore per la vita e per gli altri, la fiducia in un futuro nel quale la normalità sia possibile. Il linguaggio, semplice ma efficace, restituisce la drammaticità degli eventi e al tempo stesso mette a nudo la condizione umana del protagonista, i suoi stati d’animo, i suoi sentimenti, la persona che ogni migrante è.

Il viaggio della speranza

Mi chiamo Hassan. Ho 17 anni. Sono un ragazzo pakistano.

Quello che vi racconterò non sarà un viaggio fatto per divertimento, né tantomeno per “staccare la spina”.

La storia che voglio raccontarvi inizia il 27 Marzo 2016. Era il giorno di Pasqua. Per noi cristiani è un giorno gioioso, un giorno di festa.

Con Mohamed, mio migliore amico, avevamo appuntamento alle undici al parco giochi dietro casa mia. Avremmo passato lì un paio di ore a giocare e poi saremmo andati a casa mia a pranzare, dove sarebbero venuti anche i suoi genitori, migliori amici con i miei.

Dopo essermi svegliato tutto allegro e pimpante, feci colazione e mi andai a vestire. Alle undici meno cinque ero già dietro casa mia, che aspettavo Mohamed. Si faceva attendere, sempre.

Finalmente arrivò, e iniziammo a fare dei passaggi con la palla. Il nostro sogno era sempre stato quello di diventare due grandi calciatori e poter giocare nella nostra nazionale. Purtroppo però nel nostro paese non vi erano molti campi da calcio, cosi ci arrangiavamo come si poteva, e quasi tutti i giorni giocavamo al parco giochi, con quel sogno che ci riempiva il cuore di gioia.

Il sole picchiava forte. Picchia sempre forte, qua.

Posammo il pallone per terra e ci sedemmo su due altalene, per riposarci giusto qualche minuto. Quando penso a questa scena…se solo fossimo andati via invece di restare a giocare.

Sembrava una giornata normalissima, come tutte le altre. Il parco giochi era, come al solito, pieno di altri bambini e delle loro famiglie. C’era chi giocava con la palla, chi giocava sugli scivoli, chi passeggiava e mangiava un gelato. Tutti sembravano felici, e nell’aria si percepiva la gioiosità della Pasqua.

Ma per molti quella fu l’ultima Pasqua.

Tre uomini incappucciati, vestiti tutti di nero e armati vennero verso di noi, correndo. Spararono dei colpi in aria, poi verso di noi, verso le famiglie sedute nelle panchine, verso i bambini che giocavano felici, verso i padri e le madri che guardavano i propri figli. “Allah akbar” urlavano, e sparavano.

Saltai giù dalla dondola e scappai, correndo più forte che potevo. Sentivo gli spari dietro di me ma non mi girai. Arrivato dietro un angolo mi nascosi dietro ad un muro e aspettavo che Mohamed mi raggiungesse. Avevo visto con la coda dell’occhio che anche lui era saltato giù e mi stava seguendo.

Ma Mohamed non arrivava.

“Mohamed”, urlai. “Mohamed, dove sei?”

Mohamed non c’era. Non c’era più.

Stava buttato a terra, ai piedi dell’altalena, con la faccia in giù. Stava in un lago di sangue. Mi venne un dolore al petto nel vedere il mio migliore amico gettato li, inerme, calpestato da coloro che riuscivano a fuggire.

Il mio migliore amico era morto. Era stato ucciso. Quante lacrime potei versare per te, amico mio…

Corsi più veloce che potevo verso casa, con la testa china, e le lacrime che continuavano a solcarmi il volto. Arrivai a casa. Mamma e papà stavano la, assieme con i genitori di Mohamed. Anche loro erano terrorizzati quanto me. Avevano sentito gli spari e stavano per venire a cercarci.

“Dov’è Mohamed?” —mi urlò sua madre— “Dov’è mio figlio?”

Non riuscii a risponderle. Queste non sono scene a cui dovrebbe assistere un ragazzo. Queste non sono cose che dovrebbero accadere. Nessuno dovrebbe vivere queste atrocità.

Mia mamma mi abbracciò, stringendomi forte tra le sue braccia, mentre i genitori di Mohamed uscirono, correndo, fuori.

“Vai”, urlò il padre di Mohamed a mio padre. “Ci vediamo li, scappa”.

Papà prese me e la mamma per le mani e ci trascinò fuori di casa.

“Salite in macchina, veloci”, ordinò.

Si mise alla guida e partimmo.

Non chiuse nemmeno la porta di casa, che restò spalancata.

Alla guida della macchina papà sudava, mentre mamma tremava. Io stavo seduto dietro e più volte vedevo stringere le loro mani e incrociare i loro sguardi, ma non una parola usci dalla loro bocca durante il viaggio. Papà ci porto fuori dal paese e prese una stradina di campagna. Il sole iniziava a calare, e viaggiare di notte mi ha sempre messo paura.

Il buio arrivò, ma fortunatamente papà si fermò presto.

“Arrivati”, esclamò.

Era una città di mare. Purtroppo non sono mai uscito fuori dal mio paese, quindi non so dire dove ci trovavamo con esattezza. Aiutai papà a scendere le valigie dalla macchina e ci dirigemmo verso la riva del mare. Non stavamo soli. Ci stava anche una folla di gente, tutti con le proprie valigie in mano, tutti a guardare verso il mare, come se tutti attendessero qualcosa, la stessa cosa

Regnava il silenzio. Non si sentiva un bisbiglio. La mamma mi teneva la mano. Sono sicuro che teneva più paura di me.

In piedi, aspettammo anche noi, ma non so dire per quanto. Le gambe si iniziarono a fare pesanti e la fame iniziava a farsi sentire.

“Mamma, ho fame” —dissi.

Si mise una mano nella tasca della sua giacca e uscì una fetta di pane.

“Tieni, Hassan. Ho portato solo del pane”

Diede una fetta anche a papà, e ne mangiò una anche lei.

Improvvisamente iniziò un bisbiglio generale. Per un attimo credevo che quei bisbigli centrassero qualcosa con il nostro pace e invece, dal mare, stava arrivando una grande barca, con i fari spenti.

Approdò in riva e uscì fuori una passerella di legno. Un uomo scese dalla barca e venne verso la folla.

“Siete troppi, non c’è spazio per le valigie”

Nessuno disse nulla. Tutti poggiarono le valigie a terra e andarono in fila verso la barca.

Avevano tutti una gran fretta di salire, e spingevano.

 “Mamma, ma dove stiamo andando”, chiesi.

“Sali, Hassan. Sali e poi ti spiego”

Papà salì prima di noi, diede una busta di carta bianca ad signore, poi aiuto me e la mamma a salire a bordo. Andammo velocemente a prendere tre posti a sedere.

“Allora? Adesso potreste spiegarmi che stiamo facendo?” –chiesi ai miei genitori.

La mamma lanciò uno sguardo a papà, e poi parlò: “Scappiamo, Hassan. Non possiamo più vivere qui. E’ troppo pericoloso per noi. Andiamo in Italia”

“In Italia?” —domandai incredulo.

“Si, in Italia. Appena arriveremo li sarà un po’ dura, ma con papà abbiamo deciso di andare in Svezia, e restarci per sempre.”

“In Svezia?”

“Non ti preoccupare” —mi disse papà, stringendomi un suo braccio intorno alle mie spalle. “Andrà tutto bene, e tu e tua sorella potrete avere una vita migliore di questa”

“Mia sorella? Da quando ho una sorella?

Mamma mi guardò, e si mise una mano sulla pancia.

“Non mi dire che sei…”

“Si, sono incinta, Hassan. Mi sa che non sarai più figlio unico”

Per me fu una notizia meravigliosa, tant’è che mi gettai al collo di mia madre e le diedi decine di baci.

Purtroppo quel momento di gioia fu spezzato dall’urlo di un uomo che disse “Partiamo, gente. Tenetevi forte, e che Dio ci aiuti”

La barca partì. Strabordava di persone. Io avevo avuto la fortuna di trovare un posto seduto ma ci stavano davvero tante persone in piedi, tutte appiccicate tra loro, c’era chi stava seduto sul tetto della cabina del capitano e chi stava seduto per terra.

Quando partimmo, calò il silenzio. Si sentiva solo il motore della barca. Navigavamo nel buio.

Papà si tolse il suo giaccone e lo poggiò sulle spalle di mamma. Faceva freddo. Poggiai la testa sulla sua spalla e lei mi avvolse tra le sue braccia. Che buono il profumo della propria mamma. Mi addormentai, come se nulla di particolare stesse accadendo in quel momento, come se fossi ancora tra le mura di casa, come se la mia vita non si stesse per stravolgere. Mi addormentai, senza pensare a nulla.

Sognai un immenso prato verde. Una bambina mi teneva la mano. Era mia sorella. Giocavamo ad acchiappare le farfalle, e lei era felice e rideva. La mamma si affacciò da una finestra di una casa lì vicino: “Venite è pronto da mangiare”. Presi mia sorellina in braccio e andammo a casa, dove ci stava papà sul divano. Appena entrammo si alzò, venne verso di noi e ci abbracciò, e poi…

Poi mi svegliai si sobbalzò. Grida e urla mi terrorizzarono. Pioveva ed eravamo in balia di una tempesta. La barca era in preda ad onde giganti, che ci scuotevano e ci bagnavano. La mamma era vicino a me, ma papà aveva ceduto il posto ad una donna con un bimbo in braccio.

“Non abbiate paura” —disse papà a me e mamma. “Manca poco perché arrivino i soccorsi, e poi siamo salvi”.

Terminò di completare a stento la frase, quando un onda sbatté sulla fiancata della barca. La scosse forte…così forte che papà non riuscì ad aggrapparsi a nulla, e volò in mare.

Da quel momento non ho più rivisto mio padre. Il mare lo divorò.

Non sto qui a raccontarvi le grida di mia madre, i tentativi degli altri passeggeri di cercare mio padre tra le onde, il suo nome che echeggiava nel mare aperto, o la disperazione e la tristezza che avevo nel cuore.

Posso invece dirvi che una grossa barca tutta rossa venne a salvarci. Si accostò alla nostra e ad uno ad uno riuscirono a metterci in salvo.

Adesso ho una nuova vita, assieme a mamma e Simona, mia sorella. Già, Simona adesso ha 3 anni. Ancora non siamo in Svezia, ma in Sicilia, in un centro per rifugiati. In questo paese dove mi trovo adesso, Caltagirone, ho fatto conoscenza con un ragazzo, Vincenzo. Mi ricorda molto Mohamed.

Chissà se un giorno con mamma riusciremo ad andare in Svezia, come voleva tanto papà, ma per ora qui non si sta male. Certo, non è il paradiso, ma intanto ci hanno accolti e ci danno cibo e vestiti. Passerà qualche mese prima che ci permetteranno di poter uscire dall’Italia, ma intanto adesso siamo salvi.

Quello che vi ho raccontato non è stato certo un viaggio gioioso, né un viaggio che tutti vorrebbero fare, ma è stato il viaggio più bello della mia vita. E’ stato quel viaggio, voluto da mio padre, che ci ha salvati, a costo della sua stessa vita, che ci ha permesso di poter ricominciare una nuova vita, lontano dalla guerra e dal terrore. E’ stato quel viaggio che ha permesso a mia mamma di far nascere Simona e che, sono molto fiducioso in questo, ci permetterà, in futuro, di avere una vita decente, con un lavoro e una casa tutta nostra, magari anche con un grande prato verde, dove posso far giocare Simona e raccontarle del meraviglioso padre che non conoscerà mai, e dove la mamma ci chiamerà gridando “a tavola”.

Questo è il viaggio che mi ha permesso di continuare a vivere, quello che tutti chiamano “il viaggio della speranza”.

Vincenzo Montemagno

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