Donald Trump è veramente fascista?

Nell’odierno mondo dei media nessun individuo è definito ‘fascista’ più di quest’uomo: Donald Trump. Se un sostanziale numero di persone istruite è concorde nell’affermare che sia un fascista, perché quest’aperta denuncia non ha cambiato le sorti del suo slancio in politica? Perché è riuscito a scrollarsi di dosso quest’accusa come se niente fosse? Forse perché la maggior parte delle persone non sa veramente cosa sia il fascismo…

Il Garzanti definisce il fascismo come un “qualsiasi regime totalitario fondato su un’ideologia e una politica economica di tipo fascista; anche, ideologia o atteggiamento reazionario e violento”. Mmm, certo che ne lascia di spazio all’interpretazione. Per cui meglio cominciare col considerare l’etimologia storica del termine ‘fascismo’; a tal fine è bene risalire sino ai tempi della Res Publica romana. I magistrati della repubblica – consoli e pretori – venivano protetti da guardie del corpo vecchio stampo chiamate lictās. Quando quest’ultime camminavano per strada brandivano orgogliosamente una sorta di manganello chiamato fascēs composto appunto da un fascio di nerbi di betulla annodati con una corda rossa. Oggetto metaforico, questo randello rappresentava le diverse classi sociali legate insieme a lavorare per un obiettivo comune. Da sole sono deboli fruste ma in gruppo diventano più forti del singolo. Un po’ come i Take That o gli One Direction.

Ancora perplessi? Non è colpa vostra. Persino il semiologo, filosofo e scrittore Umberto Eco, che visse sotto il regime di Mussolini, concorda nel dichiarare che il concetto stesso di fascismo sia poco chiaro. ‘Fascismo’ è un termine vago e nebuloso. Dato che non è identificabile con un principio unitario o una determinata ideologia, è difficile da riconoscere. Per Eco ci sono delle caratteristiche insite nell’Ur-Fascismo sufficienti all’individuazione del fenomeno. Per convenienza fa un elenco con quattordici di questi tropi. Per esempio:

Nessuna forma di sincretismo può accettare la critica.

«Reporter ripugnanti. Persone orribili.»

Il disaccordo è inoltre un segno di diversità. L’Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza.

«È un messicano. Costruiremo un muro tra qui e il Messico.»

L’Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici è stato l’appello alle classi medie frustrate.

«Il reddito medio in questo Paese è stato decimato.»

L’Ur-Fascismo si basa su un “populismo qualitativo”. I diritti delle minoranze lesi per la maggioranza.

«Chiusura completa e totale ai Musulmani in ingresso negli Stati Uniti.»

L’Ur-Fascismo parla la “neolingua”, o meglio un mezzo di comunicazione semplificata e digeribile che si basa su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti del ragionamento complesso e critico.

«Vinceremo per il Paese. Vinceremo, vinceremo, vinceremo, e non ci fermeremo.»

«A chi piace trovarsi in questa stanza?»

Il punto non è più che Donald Trump sia un fascista o meno, cari lettori. Il punto è: questo vademecum del buon fascista aiuta una volta per tutte a qualcosa? Oppure il nostro uso liberale della lingua ha derubato le parole del loro potere?

Nel suo saggio Cos’è il Fascismo?, lo scrittore George Orwell sostiene che ‘fascismo’ sia una parola praticamente priva di significato. Se anche si potesse concordare su una definizione che funzioni, il termine è senza dubbio abusato e annacquato: è utilizzato sia come attacco preferito dei sinistroidi nei confronti dello scaltro o sventato capitalista che come ingiuria per coloro i quali si preoccupano eccessivamente delle altrui grammatiche. È una specie di insulto che le persone buttano qui e lì, volente o nolente. Il problema più grande arriva nel secondo in cui la discussione attuale divorzia dalla storia, quando la gente comincia a pensare che sia completamente normale dare del fascista al premier di turno o al leghista del momento, o anche al vicino di casa per quel che conti. È in questo istante che il significato storico del termine ‘fascista’ viene allontanato da movimenti politici realmente esistiti. Si minimizzano le sofferenze scaturite in Ungheria per via di Gyula Gömbös, in Romania per mano di Ion Antonescu, in Austria con Engelbert Dollfuss, in Spagna con Francisco Franco, in Croazia con Ante Pavelić, in Argentina con Juan Perón, in Cile con Jorge González von Marées, in Portogallo con António de Oliveira Salazar, in Norvegia con Vidkun Quisling, in Italia con Benito Mussolini e in Germania Adolf Hitler.

Pseudogiornalisti che titolano articoli “Neonazisti venerano Taylor Swift come una ‘Dea Ariana’ che sta guidando l’America al fascismo – ecco il perché” possono probabilmente sembrare acuti e accattivanti. O magari è divertente o persino rivoluzionario dare del fascista a Obama. “Fascismo” come termine ha perso il suo peso linguistico, nella stessa maniera in cui non è shockante sentire quotidianamente un ‘razzista’ qui e un ‘sessista’ lì. Quando un’espressione che ha un significativo potere storico e culturale diventa solo uno slogan, reso tale dall’uso smodato, perde la sua forza. Quando non rispettiamo le parole che usiamo, il potere che racchiudono, la storia che contengono, le persone smettono di preoccuparsene. Diventa solo l’ennesima imprecazione di cui possiamo benissimo anche fare a meno.

Se anche Trump fosse un vero fascista, tesserato in un partito di ultradestra e con in mano una copia di Ezra Pound, avremmo il potere di rivelarlo al mondo e creare scalpore? O siamo arrivati al punto in cui, come società, siamo stati completamente derubati di effettivi strumenti critici? Insomma, cari lettori, ci siamo forse lasciati scappare la capacità ultima di fermare la venuta del prossimo dittatore?

Grazia Polizzi

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