Esiste un 5 dicembre

Metà della nazione prese col proprio voto una decisione, metà un’altra. Eppure, dopo il 2 giugno 1946, l’Italia ha continuato a esistere. Forse se ne dovrebbero ricordare tutti coloro che, in questa lunga ed estenuante campagna referendaria per la riforma costituzionale in voto il 4 dicembre, preannunciano la fines dierum se dovesse vincere l’uno o l’altro fronte. Perché, non prendiamoci in giro, su entrambi gli schieramenti sono disposti fanti armati soltanto di vilipendio e catastrofismo, ai limiti del tragicomico.

Sono tragicomici i sostenitori del Sì, quando affermano che se vincesse il No il nostro Paese rimarrebbe fermo per oltre trent’anni, gli investitori sparirebbero dal nostro Paese e sarebbe persa ogni speranza di cambiamento per il nostro Paese. L’ultima proposta di riforma costituzionale fu nel 2005, appena dieci anni fa, e in questi dieci anni ci sono state emergenze (in primis la crisi economica) che ci hanno distratto dal tema. Perché i sostenitori del Sì evocano questo spettro dei trent’anni? Ancora più preoccupante lo spettro della fine degli investimenti in Italia. Gli investitori esteri aspettano lo snellimento della burocrazia, la lotta alla corruzione e l’intervento statale nell’economia, di certo non il monocameralismo. Preferisco evitare qualsiasi discussione che tocchi la retorica sul cambiamento, poiché questo Paese rischia ormai di avere più chiazze gattopardiane di qualsivoglia felino.

Non sono da meno i sostenitori del No, i quali urlano, fra le cose più ridicole, alla deriva autoritaria nel caso di vittoria del Sì. Esiste secondo alcuni autorevoli costituzionalisti il rischio di sbilanciamento dei poteri e quindi un eventuale strapotere dell’esecutivo, ma da qui a dichiarare l’autoritarismo incombente c’è un abisso. Checché se ne dica, è sempre il popolo ad avere la parola (che sia tramite Porcellum, Mattarellum o Italicum) su chi deve governare. Ogni elettore sa bene se il leader che sta votando abbia manie autoritarie o meno. Un’altra catastrofe inventata dai sostenitori del No è lo stravolgimento della volontà dei Padri Costituenti. Ma vorrei chiedere a costoro, hanno mai parlato con un Padre Costituente? Questi ultimi erano in conflitto tanto quanto lo siamo noi oggi, pertanto non esiste una volontà univoca che si è voluta imprimere alla Carta, bensì un indirizzo di pluralità di valori da interpretare in base alla contingenza politica.

Il punto è che dovremmo tutti quanti farci un rilassante bagno di umiltà, riconoscere che possa esistere una posizione diversa dalla nostra. Una posizione che possa avere tanti punti di forza e debolezza quanti ne ha la nostra. Come si procede dunque? Con una discussione pacata, nel merito e nel metodo, che porti a un arricchimento per entrambi. Possibilmente ciascuno rimarrà nella propria convinzione, ma avremo affrontato un tema assolutamente primario (la Costituzione, a differenza dei governi, dura per decenni o secoli) con la consapevolezza di aver fatto valere le nostre ragioni.

Il 5 dicembre, a causa dell’asprezza con cui è stata affrontata (colpa anche dei politici) questa campagna elettorale, metà nazione non si riconoscerà nella Carta Costituzionale, che vinca il Sì o il No. È questo il grande nemico da abbattere: la lotta intestina. L’Italia è una, la Costituzione è una. Il 5 dicembre potrà piacerci di meno, potrà piacerci di più, ma quello che non dovrà assolutamente mancare sarà il rispetto e la devozione che le porgiamo. Perché il 5 dicembre ci sarà ancora un Paese in cocci che si regge con lo sputo, e solo se supereremo le fratture ormai legate al passato potremo affrontare, da popolo unito, il futuro.

Luca Giarmanà

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