Riforma Costituzionale: ecco perché devi votare

Con questo articolo intendo chiarire cosa propone la riforma fatta dal governo Renzi, sulla quale il 4 dicembre tutti noi cittadini siamo chiamati alle urne per dire la nostra. Fate attenzione perché per questo referendum, a differenza di quanto previsto per i referendum abrogativi, non è previsto il quorum, quindi il risultato del voto sarà valido in ogni caso a prescindere dalla percentuale dei votanti.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, ciò significa che non solo deve essere rispettata da tutti i cittadini, ma anche che tutte le altre leggi non possono essere in contrasto con essa. La riforma di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi modifica solo la seconda parte della carta costituzionale, cioè quella che tratta l’organizzazione dello Stato, mentre la prima parte, sui diritti e doveri dei cittadini, rimane praticamente intatta.

Analizziamo capo per capo i cambiamenti che essa propone.

LA RIFORMA DEL SENATO

La riforma del Senato prevista dal governo Renzi propone modifiche di funzione e di composizione di questa camera.

Oggi in Italia vige il cosiddetto bicameralismo perfetto e ciò significa che la Camera e il Senato hanno gli stessi poteri e le stesse funzioni. La riforma prevede invece che il Senato rappresenti le istituzioni locali e abbia delle funzioni diverse da quelle di oggi. Al momento il governo, una volta nominato dal Presidente della Repubblica, deve ottenere la fiducia di entrambe le camere, dei deputati e dei senatori; se la riforma viene approvata sarà solo la Camera dei deputati a esercitare la fiducia al governo e a detenere il potere legislativo. Cosa vuol dire quest’ultimo punto?

Oggi, tutte le proposte di legge devono essere discusse e votate da entrambe le camere e, se una apporta delle modifiche, il testo deve tornare all’altra camera per essere approvato nello stessa identica formulazione. Questo procedimento è conosciuto con il nome di navetta. La riforma prevede che la navetta rimanga principalmente soltanto per le leggi che modificano o attuano la Costituzione, per quelle legate ai rapporti con l’Unione Europea, per la legge elettorale e per i referendum popolari. Per tutte le altre, il potere decisionale spetterà alla sola Camera dei deputati, mentre il Senato svolgerà un ruolo principalmente consultivo.

In che modo? Per ogni nuova legge approvata dalla Camera, un terzo dei senatori potrà chiedere che sia esaminata anche dal Senato, che avrà 30 giorni per farlo. E se decide di proporre delle modifiche, il testo torna alla Camera per il voto definitivo.

Ci sono in realtà dei casi particolari: ad esempio, per le materie di interesse regionale la legge viene trasmessa automaticamente al Senato e, se esso propone delle modifiche a maggioranza dei suoi componenti, la Camera le può respingere solo con lo stesso tipo di maggioranza. Ci sono poi la legge di bilancio, i cui termini per la discussione in senato si riducono a quindici giorni, e altre materie la cui competenza è esclusivamente della Camera.

Inoltre, la riforma prevede alcuni limiti ai decreti legge, cioè quegli atti che l’esecutivo può emanare in casi di urgenza e hanno forza di legge, anche se devono essere poi confermati dal parlamento. D’altro canto, però, viene prevista una corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge che il governo giudica urgenti. La Camera avrà cinque giorni per dire se condivide l’urgenza e poi altri settanta giorni per deliberare.

Visti i cambiamenti in merito alle funzioni, vediamo adesso quelli in merito alla composizione del Senato: la nuova camera sarà composta da 100 membri (rispetto ai 315 attuali): 74 consiglieri regionali e 21 sindaci eletti secondo modalità non ancora nota, e cinque personalità nominate dal Presidente della Repubblica “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Sull’elezione del 95% del Senato non abbiamo chiare indicazioni perché la legge elettorale è una legge ordinaria e non può essere inserita nella Costituzione. E quindi, vi chiederete con me, secondo quale criterio si nomineranno i senatori nell’ambito di tutti i sindaci e i consiglieri di una regione? A questo non abbiamo risposte.

I rappresentanti delle Regioni e i sindaci rimarranno in carica per la durata dei consigli regionali che li hanno eletti, mentre il mandato dei senatori scelti dal capo dello stato durerà sette anni: il Senato sarà dunque suscettibile ai cambiamenti politici di stampo locale. Un’altra novità è che i senatori non riceveranno alcuna indennità, se non quella percepita come consiglieri regionali o come sindaci. Essi avranno diritto alle diarie e ai rimborsi spese per gli spostamenti dalla loro regione a Roma.

I consiglieri regionali o i sindaci designati anche senatori godranno dell’immunità parlamentare, come vigente solo per i membri del Parlamento.

Art. 68 Cost.: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.

Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza »

ALTRI PUNTI:

I REFERENDUM – Vengono apportati dei cambiamenti agli strumenti di democrazia diretta. Le leggi di iniziativa popolare, per essere presentate, avranno bisogno di 150 mila firme invece delle attuali 50 mila. I referendum abrogativi, se saranno promossi con 800 mila firme invece delle solite 500 mila, potranno godere di un quorum più basso di quello normale: non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle ultime elezioni politiche. Inoltre si fa riferimento a referendum propositivi e consultivi, che però dovranno essere disciplinati con un’ulteriore legge costituzionale.

LA LEGGE ELETTORALE – La riforma stabilisce che il Parlamento può, se lo richiedono un quarto dei deputati o un terzo dei senatori, richiedere un giudizio preventivo alla Corte costituzionale sulla legge elettorale prima della sua promulgazione. Ciò cosa vuol dire? Che la Corte, prima che una legge elettorale venga approvata, può esprimersi sulla sua legittimità.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA –  Viene in parte cambiato il modo in cui si elegge il Presidente della Repubblica. Fino ad ora Camera e Senato si riunivano in seduta comune insieme a 58 delegati regionali. Con la riforma, le Regioni non avrebbero più i loro delegati, in quanto sarebbero rappresentate dagli stessi senatori. Cambia anche la maggioranza richiesta per l’elezione. Fino a oggi, il quorum richiedeva i 2/3 dei componenti per i primi tre scrutini e la metà più uno (cioè maggioranza assoluta) per i successivi. Con la riforma rimangono i 2/3 dei componenti fino al terzo scrutinio, che poi diventano 3/5 dei componenti dal 4° al 6° e 3/5 dei votanti dal 7° in poi. Il Presidente della Repubblica avrà in suo potere solo lo scioglimento della Camera dei deputati e non anche del Senato.

SECONDA CARICA DELLO STATO – Le funzioni del Presidente della Repubblica, in sua assenza o in caso di dimissioni, vengono svolte dal presidente della Camera e non più del Senato.

CNEL E PROVINCE – Vengono aboliti il Cnel e le Province. Il Cnel (Consiglio nazionale di economia e lavoro) è un organo consultivo composto da rappresentanti delle parti sociali ed esperti che ha il potere, peraltro mai esercitato, di iniziativa legislativa. Questo organismo fu creato insieme alla Costituzione, appena dopo la guerra, per riprendere un po’ il ruolo delle corporazioni. Tuttavia, non ha mai svolto un ruolo effettivo e quindi da molto tempo si voleva abolirlo. Per quanto riguarda le Province, ora le si abolisce davvero del tutto.

IL RAPPORTO STATO E REGIONI – La riforma del governo Renzi mette mano anche alla distribuzione dei poteri fra Stato e Regioni, il famoso Titolo V della Costituzione, che è già stato modificato con un’altra riforma e un altro referendum costituzionale nel 2001. In quella occasione si conferì alle Regioni il potere di legiferare in molti settori, stabilendo quali materie fossero di competenza statale, su quali vi fosse una competenza concorrente e lasciando tutte le altre materie alle Regioni. La competenza concorrente, in base alla quale allo Stato spetta stabilire i principi generali mentre poi la regione deve disciplinare in modo più specifico, comporta potenziali conflitti fra lo Stato e le Regioni su chi debba decidere cosa. La riforma prova a risolvere questo problema, abolendo la competenza concorrente e distribuendo le diverse materie fra l’uno e le altre. Inoltre, lo Stato si riprende alcune competenze, come quelle sull’energia, sul commercio con l’estero e sulle grandi infrastrutture, mentre alle Regioni rimangono principalmente la sanità, la pianificazione del proprio territorio e lo sviluppo economico locale. La nuova modifica del Titolo V rappresenta un passo indietro per chi crede nel cosiddetto decentramento, cioè nella delega di maggiori poteri a livello locale in modo da avvicinare il luogo in cui si prendono le decisioni a chi conosce meglio il problema e può essere meglio controllato dai cittadini.

Veniamo infine, sperando che tu sia arrivato fin qui, al perché bisogna votare: basterebbe dire che il voto è un diritto e un dovere di cui tutti dovremmo avere ferma cognizione. Eppure, per questo referendum, dire ciò è anche riduttivo. Dovremmo aver chiaro che stiamo parlando della Carta del nostro Stato, della regolamentazione del sistema che ci governa. Ben oltre, quindi, il “semplice” dovere di voto vi è quello ben più impegnativo di informarci per questo, di costruire una idea che sia nostra e non nasca semplicemente dal sostegno a priori di quello o quell’altro, o dal suggerimento di qualche conoscente nel chiacchiericcio nauseante di un pomeriggio. Scegliamo consapevolmente. Ragioniamoci a fondo.

Probabilmente, con purezza di valutazione, non sarà facile trovarci al 100% in accordo o in disaccordo con la Riforma: a questo punto, non avendo la possibilità di approvare solo alcune delle novità che più ci piacciono, valutiamo bene il peso da dare alle restanti, l’eventuale prezzo da pagare. Diffidando dagli slogan che troppo spesso banalizzano la questione, approfondiamo ogni capo, chiediamoci tanti perché e cosa ne consegue. Questo (relativamente) breve testo non vuole essere affatto un punto di arrivo, ma piuttosto di partenza.

Alessandra Di Nora

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