Perché al referendum voto no

Avrei potuto iniziare questo articolo catalogando uno dopo l’altro tutti i motivi per cui bisogna votare No al referendum del 4 dicembre. Tuttavia Saqili mi ha anticipato, esprimendo molte condivisibili perplessità sul merito della riforma Boschi-Renzi che io avrei finito per ripetere. Unica differenza, egli nel suo articolo finisce per sostenere timidamente il Sì considerando i benefici della riforma maggiori dei suoi rischi. Ebbene, io credo fermamente che questi benefici siano piuttosto delle illusioni. Dunque nel mio discorso mi limiterò a rispondere alle sue argomentazioni fondamentali che lo hanno spinto a scegliere il Sì: velocità delle leggi, referendum abrogativi, rapporti Stato-Regioni ed elettività dei senatori.

Cominciamo dalla prima. Il problema qui sta a monte: è necessario che le leggi siano più veloci? I numeri dimostrano che la retorica del “ping pong” tra Camera e Senato è il più delle volte falsa. Delle 224 leggi emanate dall’inizio della legislatura al giugno 2016 ben 180 sono passate in prima lettura, dunque senza che fosse necessario rimandare indietro il progetto all’altra camera. Inoltre in Italia produciamo tante leggi, forse addirittura troppe. Di sicuro non siamo in ritardo rispetto agli altri Paesi: in media il nostro Parlamento approva una legge in 237 giorni (circa 8 mesi). Secondo le stime del politologo Gianfranco Pasquino, negli USA si impiegano 9 mesi e in Germania 12. Nel nostro Paese, poi, proprio il governo è l’ultimo a potersi lamentare della lentezza del processo legislativo: le leggi di iniziativa governativa entrano in vigore dopo circa 172 giorni, ben due mesi sotto la media. Detto ciò, che senso ha dare all’esecutivo nuove vie preferenziali per approvare leggi? Meglio concentrarsi sulla qualità delle norme, come peraltro afferma anche Saqili. E quella dipende dalla preparazione di chi le scrive, non dal tempo necessario per approvarle.

Referendum: abbassare il quorum nel caso in cui si riescano a raggiungere 800 mila firme può sembrare un’idea attraente, a prima vista. Il problema è che essa stravolge il motivo stesso per cui il quorum esiste. Esso serve ad assicurare che una minoranza degli italiani possa decidere di abrogare una legge votata a maggioranza dal Parlamento, il quale in teoria dovrebbe essere una rappresentazione in scala della società italiana. Il quorum esiste per salvaguardare la volontà generale da interessi particolaristici e corporativi. Il fatto che la maggior parte dei referendum negli ultimi venticinque anni sia stata disertata è un segnale molto più profondo di disaffezione alla politica, che non si risolve di certo abbassando il quorum (e rendendo quindi la sua esistenza pressoché inutile). Lo dico con l’amaro in bocca, avendo io stesso appoggiato con grande entusiasmo il referendum di aprile sulle trivellazioni, ma la democrazia ha le sue regole ed esse vanno rispettate anche quando non ci fanno comodo.

Rapporti Stato-Regioni: Tocqueville indicava due elementi fondamentali per la salvaguardia della democrazia, l’associazionismo e le autonomie locali. Oggi, con i corpi intermedi in forte crisi, decentrare il potere è più importante che in passato. È naturale che la politica locale sia più vicina al cittadino ed è quella che dobbiamo potenziare. Peraltro, in un territorio fortemente disomogeneo come l’Italia, chi meglio dei governi regionali sa come adattare le politiche pubbliche al contesto locale? Certo, noi meridionali abbiamo in genere una visione negativa del governo locale, in cui da sempre si annidano le peggiori corruttele. Ma, se assumiamo una visione più ampia, vediamo che spesso sono state proprio le Regioni ad aver costruito sistemi locali di eccelsa qualità: pensiamo a territori come Emilia Romagna, Toscana, Umbria o Veneto. Si poteva pensare ad un sistema ispirato alla Germania, in cui gran parte delle competenze sono attribuite ai territori e il governo centrale può intervenire solo per garantire l’unità giuridica ed economica del Paese o nel caso in cui i poteri locali non riescano ad assicurare adeguati livelli di qualità della vita. La riforma costituzionale invece non solo tende a centralizzare le competenze, ma introduce anche la clausola di supremazia per poter legiferare in ambito regionale per tutelare “l’interesse nazionale”. Che potrà anche significare calpestare la volontà degli abitanti locali se bisognerà piazzare raffinerie e grandi opere in un determinato luogo.

Elezione dei Senatori: è vero, l’accordo tra i renziani e una parte della minoranza del Pd prevede che il partito appoggi ufficialmente la proposta Chiti-Fornaro, che grosso modo permette ai cittadini di indicare quali consiglieri regionali diventino senatori. Peccato che questo compromesso valga molto poco: innanzitutto ogni provvedimento dovrà essere contrattato con l’alleato di governo Alfano. Inoltre nulla garantisce che Renzi manterrà la parola con la minoranza dem, dal momento che in passato ha più volte infranto la parola data (chiedere a Letta per maggiori informazioni). Insomma, il premier non teme neanche oggi la scissione e il coro “Fuori! Fuori!” dell’ultima Leopolda ne è l’ennesima prova. Anzi, qualora essa si verificasse, egli potrebbe portare facilmente a termine il suo progetto politico centrista e recuperare facilmente i voti persi attraendo a sé tutti i moderati di centro-destra che non sono disposti a votare Salvini. Insomma, non possiamo votare Sì sulla base di una semplice ipotesi. La Costituzione è una cosa seria e deve basarsi su dati di fatto. E l’unico dato di fatto che possediamo al momento è la legge elettorale transitoria indicata dalla riforma, la quale prevede che siano i consiglieri regionali ad eleggere i senatori. Quindi no, i senatori non saranno scelti dai cittadini.

Insomma, riformare la Costituzione è un finto problema. Il vero motivo per cui l’Italia non va avanti è la qualità del ceto politico, la scollatura tra popolo e istituzioni. Ma per quello è necessario (e urgentissimo) svolgere una grande opera di ricostruzione sociale e culturale del Paese, tramite il welfare e l’istruzione. La vittoria del Sì non sarebbe certo una deriva autoritaria, ma non risolverebbe nulla e anzi peggiorerebbe la qualità della nostra democrazia. Per questo e molto altro io voto No.

Samuel Boscarello

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