Perché al referendum voto sì

Questo articolo presuppone una minima conoscenza delle novità che la riforma porta con sé, che potete facilmente leggere in questo articolo. Io esporrò i motivi per cui ho deciso di votare sì. Come vedrete voi stessi durante la lettura, i miei dubbi sono ancora molti ma ho deciso di prendere una posizione netta e basare la mia decisione su un unico aspetto che, secondo me, in una situazione di indecisione rappresenta la chiave per dare un giudizio su questo referendum.

La prima volta che ho sentito i telegiornali dire che il Governo stava lavorando alla riforma costituzionale, la mia reazione è stata: ma chi gliel’ha chiesto? In effetti, andando a vedere il programma elettorale del Partito Democratico che si presentò e non vinse le elezioni politiche del 2013 (cioè risultò il partito più votato, ma i voti non furono abbastanza per avere la maggioranza al Senato e quindi governare da solo) non si fa menzione della volontà di riformare la Costituzione. Gli elettori del PD sul programma elettorale potevano leggere promesse sull’istruzione, sulla libertà o sui diritti, ma credo che nessun elettore abbia votato il PD nel 2013 con il desiderio che la Costituzione venisse modificata. Quindi la premessa di questa riforma costituzionale è già sbagliata. Ma ormai c’è e siamo chiamati alle urne per dare un parere, quindi è giusto informarsi.

La novità più importante riguarda il Senato. Il Senato della Repubblica perde alcune delle sue funzioni, diventando una camera con poteri ridotti rispetto alla Camera dei Deputati, che adesso rimane l’unica camera con potere legislativo. Si passa cioè da un sistema chiamato “bicameralismo perfetto” in cui due camere fanno esattamente la stessa cosa, ad un sistema “monocamerale” in cui solo la Camera dei Deputati ha funzione legislativa. E il Senato? La sua funzione diventa consultiva e la nuova denominazione è “Senato delle Regioni”. Il numero attuale dei senatori di 315 (più 5 a vita) cala drasticamente. Senza voler scendere nel dettaglio sulle nuove competenze delle due camere (potete leggerle in questo articolo), si può subito intuire che una camera che fa una cosa sarà più veloce di due camere che fanno la stessa cosa. La motivazione di chi propone la riforma è proprio questa: le leggi verranno approvate più velocemente. Sapete cosa vi dico? Non ci credo. In primis non ci credo perché la velocità di approvazione di una legge dipende dalla volontà politica di approvarla. In secundis credo che il problema non stia nell’approvare quante più leggi possibile, ma nell’approvarne poche ma chiare. Però è innegabile che un sistema in cui c’è una sola camera che discute una legge (invece di due, con il rimpallo delle leggi da una camera all’altra) possa portare un beneficio, anche se minimo. Volendo stimare una percentuale, se già la durata di approvazione di una legge si riducesse del 10% sarebbe un risultato notevole. Ma c’era bisogno di fare una riforma costituzionale ed eliminare il Senato per raggiungere quell’obiettivo? Secondo me no, ma nel computo totale dei pro e contro della riforma questo aspetto non può che farmi propendere per il sì.

Sulla riduzione del numero dei Senatori, utilizzata come una delle armi più forti di propaganda, io ho una visione totalmente diversa e impopolare. Per quanto mi riguarda, il numero dei parlamentari dovrebbe aumentare. Oggi ci sono 315 senatori e 630 deputati per un totale di 945 parlamentari. Io non mi scandalizzerei se questo numero raddoppiasse. Il motivo? Ogni parlamentare è l’espressione dei cittadini che lo hanno eletto e quindi li rappresenta. Meno parlamentari vuol dire meno cittadini rappresentati nelle istituzioni. Praticamente una oligarchia, cioè il potere affidato a poche persone. Chiaramente il mio discorso cozza con il malessere che provano milioni di italiani che non arrivano a fine mese e che vedono politici fannulloni intascare migliaia di euro di stipendio nella migliore delle ipotesi, tangenti milionarie nelle peggiori. Anche io sono sensibile al tema della riduzione dei costi della politica, ma al posto di tagliare il numero dei senatori io vedrei meglio una drastica riduzione di stipendi e rimborsi, per la quale non c’è alcun bisogno di passare da una legge costituzionale. Attenzione: l’Italia non è in crisi a causa dei costi della politica, ma la riduzione dei costi della politica potrebbe rappresentare un segnale forte di solidarietà da parte della politica nei confronti dei cittadini colpiti dalla crisi. Alla luce di queste mie idee, potrei mai votare no motivando la mia scelta dicendo che io il numero di senatori non voglio ridurlo, anzi lo aumenterei? Probabilmente verrei rinchiuso in qualche istituto psichiatrico. Anche se il ragionamento mi suona del tutto lecito, perché ridurre il numero dei senatori significa ridurre la rappresentanza dei cittadini nelle istituzioni.

Per controbilanciare questo ammanco di senatori e quindi questa lesa rappresentanza, si è pensato di istituire il Senato delle Regioni, e cioè creare una camera composta da consiglieri regionali e sindaci. Immagino che l’idea di fondo fosse quella di ridurre il numero di parlamentari e allo stesso tempo aumentarne la qualità, dando la possibilità ad ogni territorio di avere un proprio rappresentante. Non so se questo scopo sarà raggiunto, ma io rilevo delle criticità nella scelta della composizione del nuovo Senato. Non mi dispiace che i consiglieri regionali vadano a fare gli interessi della propria regione in Senato. Credo che un consigliere regionale possa essere il giusto ponte fra le istanze del territorio e la volontà centrale. Il discorso è diverso per i sindaci. A mio parere i sindaci hanno l’obbligo di passare sul proprio territorio la maggior parte del tempo, a differenza dei consiglieri regionali che hanno invece più libertà di movimento. Un sindaco no, deve occuparsi dei problemi quotidiani della propria città, girare per i quartieri e ricevere i suoi concittadini. Per questo vedo con fortissima diffidenza questa nuova funzione di senatori che si vuole dare ad alcuni sindaci. Questo è il primo dei due punti che meno mi piacciono della riforma. Fino a qualche settimana fa ce n’era anche un altro, ma qualcosa mi ha fatto cambiare idea. Prima di spiegare cosa mi ha fatto cambiare idea e propendere per il sì, riporto tre aspetti della riforma che considero positivi:

  • Referendum: rimangono immutate le regole nel caso del raggiungimento di 500 mila firme. Se invece si raggiungono 800 mila firme, il quorum non sarà più la maggioranza degli aventi diritto al voto ma la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche. Concretamente, gli aventi diritto al voto in Italia sono 47 milioni e quindi servono almeno 23,5 milioni di persone che vanno a votare per rendere il referendum valido. Se invece passa la riforma e se i promotori di un futuro referendum riescono a raccogliere 800 mila firme, allora basteranno 17.5 milioni di voti per raggiungere il quorum, dato che alle scorse elezioni politiche sono andate a votare 35 milioni di persone;
  • Elezione del Presidente della Repubblica: senza entrare nei tecnicismi su percentuali, frazioni e scrutini, la nuova riforma rende l’elezione del Presidente della Repubblica più veloce;
  • Rapporti Stato-Regioni: sono assolutamente favorevole al trasferimento delle competenze su energia e grandi infrastrutture dalle Regioni allo Stato. Finora le competenze non sono assegnate chiaramente e si generano conflitti di attribuzione che puntualmente vanno a finire all’esame della Corte Costituzionale. Sono un po’ meno favorevole al trasferimento dalle Regioni allo Stato delle competenze sul commercio con l’estero. A mio parere una gestione centralizzata in questa materia non è efficiente e finirebbe per penalizzare le regioni già virtuose.

Fino adesso le mie ragioni sono timidamente sbilanciate per il sì, con molti punti interrogativi. Oltre al ruolo dei sindaci nel nuovo Senato – sul quale sono profondamente contrario – c’è un’altra cosa che fino a qualche tempo fa mi avrebbe fatto votare no, ed è il metodo di scelta dei senatori. La riforma costituzionale non indica come debbano essere eletti i nuovi senatori perché la legge elettorale è una legge ordinaria e non può essere inserita in costituzione. I sostenitori del no denunciano che, con la legge elettorale entrata in vigore nel maggio 2015 (chiamata “Italicum”) ci sia un rischio di deriva autoritaria. Inoltre, in assenza di leggi chiare per definire l’elezione dei senatori, vi era il timore che questi senatori potessero essere nominati direttamente dai partiti senza passare prima dal voto popolare. La legge elettorale è il motivo per cui il Partito Democratico si presenta spaccato alle urne, con la minoranza che vota convinta per il no. Solamente Gianni Cuperlo, esponente di spicco della minoranza, ha iniziato qualche settimana fa un lavoro di mediazione con la maggioranza del suo partito per trovare un accordo sui punti che la minoranza giudica sbagliati. Questo accordo è stato raggiunto il 6 Novembre 2016 da Gianni Cuperlo, insieme al vicepresidente del PD Lorenzo Guerini, il presidente del PD Matteo Orfini e i due capigruppo alla Camera (Ettore Rosato) e al Senato (Luigi Zanda). Tutti membri di spicco del PD, dirigenti e renziani, hanno preso l’impegno di modificare la legge elettorale all’indomani del referendum, in caso di vittoria del sì, seguendo le indicazioni di Cuperlo e quindi della minoranza. Questo documento è il motivo per cui ho deciso di votare sì al referendum del 4 dicembre.

La domanda sorge spontanea: perché fidarsi? In fondo Renzi è lo stesso che ha soffiato il posto a Enrico Letta dopo averlo rassicurato, lo stesso che prima afferma di dimettersi in caso di vittoria del no, salvo poi ritrattare. Io, però, penso che questa volta per lui sia impossibile tradire quel documento. Il motivo è che il suo partito è già spaccato e la minoranza del PD è costantemente ad un passo dalla scissione. In termini percentuali, io immagino che la minoranza valga il 5%, mentre il PD unito vale circa il 30%. Ma sono quasi sicuro che, in caso di scissione di quel 5% della minoranza, il PD scivolerebbe al 20% perdendo parte del suo elettorato. Perché? Il motivo è secondo me che gli elettori migrerebbero verso formazioni più unite, come ad esempio il Movimento 5 Stelle (che nonostante i dissidi interni mantiene, grazie a Grillo, una unità formale) oppure si perderebbero nell’astensionismo di quelle persone che sono stufe di vedere politici che litigano. Io non credo che Renzi sia disposto a diventare il segretario di un partito che ha il 20% dei consensi, motivo per cui secondo me il documento firmato da Cuperlo verrà onorato e la scissione evitata. Tradire quel documento significherebbe, senza alcuna ombra di dubbio, spaccare il PD e farebbe di Matteo Renzi il Presidente del Consiglio che ha consegnato il Paese al Movimento 5 Stelle. Una responsabilità che sancirebbe la sua definitiva uscita di scena dalla vita politica italiana.

Jafar al-Saqili

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