Guida rapida alle ideologie politiche: Capitolo III, Il Fascismo

Tenetevi forte e allacciate le cinture, il terzo capitolo della nostra antologia di ideologie sarà un viaggio indietro nel tempo. Destinazione: l’Europa degli anni venti. Di quale filosofia politica ci occupiamo oggi? Del fascismo.

Prima di entrare nel merito dell’ascesa al potere di Mussolini è bene delineare, su un piano piuttosto semplice, e forse anche semplicistico, i punti chiave della dottrina in questione: lealtà allo Stato e obbedienza al governo. Spesso si sente erroneamente parlare di fascismo e comunismo come due facce della stessa medaglia, ma – nonostante la presenza di forti somiglianze tra il movimento italiano e lo stalinismo – vi sono delle fondamentali differenze e differenziazioni da fare. Entrambe le ideologie, è vero, possono essere assimilate al totalitarismo, ovvero un idealtipo, una costruzione teorica di scienziati politici e storici atta a interpretare i meccanismi nascosti dietro alcuni regimi in grado di mobilitare le masse del ventesimo secolo. Punti in comune tra fascismo e stalinismo sono il governo di uno e il regime autoritario, nonché la perdita di libertà inalienabili all’interno della società così come la conosciamo noi. I punti di maggior distacco sono, invece, l’ideale delle classi e la contrapposizione tra nazionalismo e internazionalismo. Un fascista crede in uno Stato in cui le classi sociali sono una realtà: ci sono i ricchi, i poveri, così come tutte le altri classi intermedie. Potrebbe anche esistere una collaborazione tra queste classi al fine di migliorare la società, ma sta di fatto che queste classi esistono. Inoltre un fascista è un nazionalista, si concentra ovvero sulle forze del proprio Stato, del proprio Paese, della propria nazione. In contrapposizione, un comunista convoglia le proprie energie verso l’internazionalità intesa come l’estensione dilagante della dottrina marxista di matrice leninista e, nel più puro teorico, crede in una società priva di classi e mira alla loro abolizione così che ciascun membro della società possa essere pari. Da questo punto di vista possiamo anche aggiungere che questo comunismo è più idealista e che il fascismo è più realista.

Alla base del fascismo vi è, in un certo senso, una sorta di baratto, una specie di accordo tra il popolo e il regime autoritario. Da una parte il regime richiederà, come detto sopra, lealtà e obbedienza, dall’altra il popolo riceverà in cambio un’economia più forte, terre abbandonate che ritroveranno il loro splendore originale, un ritrovato orgoglio nazionale, il ritorno dei fasti dell’antica Roma o del Sacro Romano Impero.

L’exemplum per eccellenza dell’ideologia fascista è l’Italia nelle mani di Benito Mussolini o, come amava farsi chiamare, del Duce; dal latino dux, ducis che significa condottiero o capo, ma che nella Roma antica era anche un titolo onorifico concesso a capi militari vittoriosi o a funzionari civili ampiamente benemeriti. Vediamo già come anche queste scelte semantiche fossero volute, mirate e propagandistiche. Mussolini salì al potere nel 1922, con l’incarico affidatogli da Vittorio Emanuele III di formare un nuovo governo in seguito allo scompiglio creato dalla marcia su Roma, una manifestazione armata del PNF (Partito Nazionale Fascista) ideata dallo stesso Mussolini.

Quale fu il reale casus dietro tale accaduto è una concatenazione di motivi valida non solo in questo caso specifico. Innanzitutto un’economia pessima. Ogniqualvolta si presenti una forte crisi economica, la Storia ci insegna, il popolo va alla ricerca di un nuovo redentore, e chi meglio di un industrialista schierato con gli interessi del corporativismo per portare avanti l’arduo compito? Il secondo elemento è la paura. Che sia paura del diverso, dell’immigrazione o delle ripercussioni di fenomeni politici in atto in altri Paesi poco importa, ciò che conta è che questo panico crei un senso del Nostro opposto al Loro e il bisogno di una figura che ci protegga da queste minacce. Una debole base democratica è sicuramente un’altra componente fondamentale: nel caso specifico del regime di Mussolini o di altri regimi del ventesimo secolo è la non familiarità della democrazia a far sì che le simpatie generali virino verso un’alternativa più simile alla tanto cara monarchia, ma in un sistema democratico stabilito perfino l’assenza di una figura forte in altre fazioni politiche che sia reputata in grado di risolvere i problemi della nazione potrebbe essere un fattore basilare. Quarto e ultimo ingrediente per un fragrante fascismo è una, anche minima, lesione all’orgoglio nazionale. Nel 1919 le decisioni prese nell’ambito della Conferenza di pace di Parigi lasciano l’Italia, reduce dalla Prima Guerra Mondiale, a bocca asciutta: è in questo contesto che si crea il mito della “vittoria mutilata” e uno malcontento generale nell’opinione pubblica italiana.

Cosa fa il fascismo una volta ottenuto, per vie più o meno democratiche, il potere? Abolisce la democrazia. Crea una forza di polizia segreta – come l’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascista) – con il compito di vigilare e reprimere eventuali organizzazioni sovversive, arresta membri dell’opposizione e possibili sospetti, assassina opponenti politici, censura i mezzi di comunicazione e, non contento, controlla questi mezzi di comunicazione in maniera tale da divulgare il proprio messaggio nella maniera più efficace possibile, bandisce i sindacati e gli scioperi e si allinea con gli industrialisti in maniera tale da garantire la messa in opera di quei grandi lavori pubblici che renderanno di nuovo grande il Paese. Il fascismo si infiltra in ogni aspetto della vita del cittadino, a partire dall’educazione per arrivare alla vita associativa.

Sostanziale per l’insediarsi di un regime fascista è anche il culto della personalità: il leader diventa agli occhi del popolo una figura quasi divina, un messia il cui messaggio è avvolto da un manto dorato ed è assimilato come la Bibbia. Nel caso di Mussolini la ciliegina sulla torta fu l’appoggio, e la conseguente legittimazione del regime, da parte della Chiesa Cattolica nella culla del Cattolicesimo. Mussolini si converte opportunamente – non dimentichiamoci del suo passato socialista – e firma insieme alla Santa Sede i Patti Lateranensi, creando delle relazioni bilaterali tra Italia e Città del Vaticano.

La scena politica italiana degli anni trenta diventa così lo sfondo di un one-man show, mentre l’Europa getta le basi per il più grande conflitto sinora conosciuto e si prepara alla Seconda Guerra Mondiale. Un po’ più a nord ma nello stesso periodo, un’altra figura dagli ideali simili a quelli mussoliniani, che nonostante tutto ha ancora il coraggio di chiamarsi socialista, prende piede. Ma questa è un’altra Storia.

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3 pensieri su “Guida rapida alle ideologie politiche: Capitolo III, Il Fascismo

  1. Salvatore Manoel Montalto ha detto:

    Ottima l’iniziativa di cercare di orientare attraverso la spiegazione è i punti fondamentali di ogni corrente politica, meno a parer mio la descreazione di questa corrente, appunto, il fascismo.
    Non noto alcun cenno a quanto di buono il fascismo fece e introdusse in Italia:
    Indennità pensionistica, bonifica delle campagne, case coloniche, politiche familiari di incentivazione alle nascite ecc.
    Un consiglio dunque non soffermarsi ai contro, descrivere anche i pro.
    Ripeto comunque, ottima iniziativa.

    Manoel Montalto
    Commissario di sezione “Fiamma Tricolore” Caltagirone.

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    • ParlaMente ha detto:

      La ringraziamo per il suo apprezzamento, ma non condividiamo le sue parole sulle presunte cose buone che il fascismo introdusse in Italia. Prima di tutto sottolineiamo che questa rubrica si occupa di ideologia, non di storia delle politiche pubbliche. Dunque, per esempio, quando parliamo di comunismo ci riferiamo agli scritti di Marx ed Engels, non alla Nep e all’industrializzazione forzata. Ma a parte questa precisazione, saremo comunque felici di sfatare ciò che lei asserisce. Partiamo dai suoi esempi:

      • L’indennità pensionistica fu introdotta nel 1898 e resa obbligatoria nel 1919, prima dell’ascesa al potere di Mussolini. Semmai il fascismo istituì nel 1939 la prima forma (molto limitata) di sussidio per i disoccupati, l’assicurazione contro la tubercolosi, gli assegni familiari, la cassa integrazione guadagni e la reversibilità pensionistica. Dunque Mussolini non introdusse le pensioni, ma le riformò.
      • Le bonifiche integrali furono effettuate e si portò avanti una politica di trasformazione dei braccianti in piccoli proprietari, ma questo avvenne soprattutto dopo la crisi del 1929: in quegli anni l’intervento statale era inevitabile per risolvere la situazione, basti pensare che anche lo Stato più liberista del mondo, gli Usa, decisero di adottarlo. Nella seconda metà degli anni Trenta, poi, la politica degli ammassi di grano era volta a preparare l’economia italiana alla guerra. Quella stessa guerra che avrebbe spopolato e devastato i campi della penisola. Diciamo che il fascismo non fu così sensibile alle rivendicazioni dei contadini. Durante il biennio rosso le squadracce pestavano i socialisti ricevendo l’appoggio della grande borghesia agraria, quella stessa borghesia che riuscì a far silurare il Sottosegretario Serpieri, a quei tempi scomodo ai proprietari terrieri. Per non parlare della soppressione di tutte le libertà sindacali. Il fascismo era amico dei lavoratori solo quando non veniva disturbata troppo l’élite economica nazionale. Poi potremmo anche parlare delle terre elargite agli italiani nelle colonie africane, strappate alle legittime popolazioni combattendole col gas tossico ed esercitando il terrore su di esse. Però c’erano le case coloniche.

      • L’incentivazione alle nascite fu perseguita, sì, ma sarebbe più onesto parlare anche di come questo fu fatto. Ossia tramite politiche fortemente discriminatorie nei confronti delle donne e non solo: per esempio, quelle che potremmo chiamare “quote rosa al contrario”, ossia i tetti massimi per il numero di donne da impiegare nell’amministrazione pubblica e privata, oppure la tassa sul celibato. Insomma, il fascismo voleva incrementare le nascite tenendo le donne a casa, al servizio dei mariti. Davvero la ritiene una cosa buona?

      Infine le ricordiamo che viviamo in un regime democratico antifascista e che la nostra Costituzione repubblicana sancisce e promuove tutte le libertà meno che una, quella di sfruttare altre persone. L’esatto opposto di ciò che faceva il fascismo. Ad ogni modo, saremo altrettanto contenti di chiarire e sfatare altri falsi miti sul Ventennio, qualora voglia sottoporceli.

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