Breve storia del nucleare in Italia

La storia del nucleare in Italia è particolare perché dominata da approssimazione e scelte condotte sulla base del trasporto emotivo. Il che coincide in buona misura con le scelte politiche energetiche italiane degli ultimi sessant’anni. Non parlerò diffusamente di come l’idea del nucleare sia nata e poi morta perché è totalmente inutile (e oltremodo noioso) stare a rincorrere tutte le sigle dei vari enti che negli anni sono stati creati e disfatti dai numerosi governi italiani, nell’inconcludente tentativo di raggiungere una idea precisa di cosa dovesse significare l’energia nucleare in Italia. Ne citerò giusto un paio per dovere di cronaca.

Tutto ha inizio nel 1952, anno in cui nasce il CNRN ovvero il Consiglio Nazionale per le Ricerche Nucleari. Da quel momento parte tutta una serie di ricerche che porterà alla costruzione di sei impianti nucleari, due dei quali verranno accantonati prima ancora di entrare in funzione. L’anno di inizio costruzione della prima centrale nucleare italiana è il 1958. La centrale in questione si trova in territorio di Latina e la sua costruzione fu ultimata nel 1962. Ne seguirono altre tre, di cui due furono ultimate nel 1964 e una nel 1978. Fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80 fu avviata la costruzione di altre due centrali nucleari, che venne bloccata a seguito del referendum del 1987.

Le scelte sul nucleare in Italia subirono brusche accelerazioni e repentine frenate, dovute in gran parte alle crisi energetiche che periodicamente sconquassavano il globo, alla obiettiva fragilità del tessuto industriale italiano e ai disastri nucleari. Nel 1973 scoppiò la guerra del Kippur. Ci fu l’embargo dei paesi arabi e il prezzo del petrolio raddoppiò. Il governo italiano capisce per la prima volta di essere a capo di una Nazione fortemente dipendente dagli approvvigionamenti energetici esteri e quindi ordina la costruzione di venti centrali nucleari, al ritmo di due ogni anno. Nel 1975 viene ordinata la costruzione della quinta centrale nucleare italiana, che inizia ad essere costruita solo nel 1981 e non entrerà mai in funzione. Doveva essere la prima di  venti nuove centrali nucleari italiane, secondo le intenzioni del governo. La corsa al nucleare è rallentata da questioni tecniche come ad esempio la scelta della tecnologia dei reattori. Un’altra questione di difficile risoluzione riguardava l’acquisto delle licenze dagli Stati Uniti (General Electric o Westinghouse) o la elaborazione di un metodo tutto italiano, il che avrebbe comportato un ulteriore rallentamento. Nel frattempo la gente non sta a guardare e, superata la crisi petrolifera del Kippur del 1973, assumono sempre più rilevanza le posizioni in contrasto all’energia nucleare.

Nel 1979 scoppia la rivoluzione in Iran. La produzione di petrolio iraniano viene bloccata ed esplode la seconda crisi petrolifera dopo quella del Kippur del 1973. Per la prima volta, in seno ai vari enti nazionali che si occupavano di energia, si inizia a parlare anche di sviluppo di energie alternative e di efficienza energetica. Nel 1981 il Parlamento approva il Piano Energetico Nazionale, grazie al quale finalmente si decide uno standard nazionale per la costruzione delle centrali nucleari in Italia. Insomma il nucleare torna di nuovo alla carica non per scelta oculata e lungimirante della classe dirigente, ma per effetto dei disagi che avevano provocato le crisi petrolifere del 1973 e 1979.

Nel 1982 il fu CNRN citato ad inizio articolo, che nel corso degli anni ha subito mille riorganizzazioni, prende il nome di ENEA ovvero “comitato nazionale per la ricerca e lo sviluppo dell’Energia Nucleare e delle Energie Alternative”, un ente che ha il compito di occuparsi non solo di energia nucleare ma anche di fonti rinnovabili, uso razionale dell’energia e impatto ambientale. È un netto cambio di passo rispetto al passato, probabilmente anche frutto di una più consapevole opinione pubblica. La nuova denominazione porta con sé anche il progetto di costruzione di altre otto centrali nucleari.

Quando tutto sembrava tranquillo e la politica energetica italiana sembrava finalmente aver trovato la sua strada, ecco che nel 1986 avviene il disastro nucleare di Chernobyl. Il fatto avvenne mentre in Italia si cercava a fatica di individuare dei siti dove poter costruire le nuove centrali nucleari. Chiaramente nessuno voleva la centrale dietro casa, quindi le resistenze della popolazione erano già difficilmente gestibili. Resistenze che diventarono insormontabili il giorno dopo dell’incidente, tanto da indurre la celebrazione di un referendum. Il quesito del referendum non era un secco sì o no all’energia nucleare italiana. Le domande riguardavano la decisione sulla localizzazione delle centrali nucleari, il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone e la possibilità per l’ENEL di costruire e gestire centrali nucleari all’estero. L’esito fu un sì schiacciante (che nel burocratese del referendum all’italiana significa essere a favore dell’abrogazione di una legge). Quello che è necessario capire è che il referendum non pose alcun veto alla continuazione degli investimenti sul nucleare. Sicuramente la strada verso il nucleare diventava più impervia, ma comunque praticabile. La scelta di abbandonare il nucleare fu politica.

Abbandonato ogni progetto nucleare, nel 1991 l’ENEA cambia nome per l’ultima volta e diventa “Ente per le Nuove Tecnologie, l’Energia e l’Ambiente”. Da questo momento il nucleare sembra definitivamente scomparso dal dibattito politico italiano. Negli anni successivi ENEA, grazie anche al suo Presidente e Premio Nobel per la Fisica Carlo Rubbia, avvia diversi progetti che vanno nella direzione delle energie rinnovabili e dellìefficientamento energetico.

Ma non è ancora finita. Nel 2008 l’allora governo Berlusconi riporta sul piatto la questione del nucleare. L’anno dopo si concretizza la proposta del Governo: la costruzione di 8-10 centrali nucleari per arrivare ad una produzione di energia elettrica da nucleare pari al 25% del fabbisogno annuale di energia elettrica italiano. Le regioni presentano dei ricorsi, il progetto viene leggermente modificato ma appare inarrestabile la corsa del governo verso il nucleare. Il partito “Italia dei Valori” decide allora di indire un referendum, che verrà celebrato il 12 e 13 giugno 2011. Stavolta il quesito è diretto, si chiede la cancellazione delle norme che avrebbero consentito la produzione di energia elettrica nucleare sul territorio italiano. I quesiti sono quattro e nel recente passato gli italiani hanno mostrato un certo menefreghismo nei confronti delle consultazioni referendarie. Il raggiungimento del quorum è in forte dubbio, stavolta non c’è nessuna crisi petrolifera o disastro nucleare a toccare gli animi dell’opinione pubblica.

E invece la tragedia arriva, con una puntualità sconvolgente. L’11 marzo 2011, due mesi prima del referendum, un forte terremoto scuote il Giappone. Ne segue un maremoto che colpisce la centrale nucleare di Fukushima. Il disastro viene equiparato a quello di Chernobyl. La tragedia di Fukushima provoca 180 mila sfollati e riporta alla mente degli italiani la paura seguita al disastro di Chernobyl. L’affluenza raggiunge il 54%, il quorum è raggiunto e l’Italia dice definitivamente no al nucleare. Per ora.

Jafar al-Saqili

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