L’analfabetismo funzionale è un’emergenza sociale

Qualche anno fa erano in pochi a conoscere l’analfabetismo funzionale. Oggi invece se ne fa un gran parlare soprattutto tra il “popolo della rete”, il più esposto al fenomeno. Community come Adotta anche tu un analfabeta funzionale o Giente honesta (sic!) sono fondate sul sarcasmo nei confronti degli analfabeti funzionali, spesso gettati nello stesso calderone dei populisti duri e puri. In questi casi si tratta solo di ironia, ci mancherebbe. Ma parlando seriamente, di cosa si tratta?

La Treccani lo definisce come “l’incapacità a usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea”. Ora, nella società di oggi la massa dell’informazione è aumentata enormemente, dal giornalismo in senso stretto alla politica e finanche alla pubblicità. Al tempo stesso il comune cittadino ottiene la possibilità di costruire il proprio piccolo palcoscenico per esprimere l’opinione su blog e social, con una platea potenzialmente molto più ampia che in ogni epoca passata. Ecco che l’analfabetismo funzionale si slatentizza e diventa fenomeno collettivo. Secondo l’Human Development Report del 2009, in Italia il 47% dei cittadini tra 16 e 65 anni è analfabeta funzionale. Per fare una comparazione, lo stesso rapporto ci vede in una posizione peggiore rispetto al Messico (40%) e agli USA (20%), estremamente lontani dalla situazione idilliaca del Nord Europa (7-8%).

Dati del genere ci mostrano una vera e propria emergenza. L’analfabetismo funzionale è spesso legato a povertà e degrado, ma qui non stiamo parlando esclusivamente di giustizia sociale. Esso è anche uno degli elementi che stanno determinando la degenerazione della democrazia, incoraggiando una politica nella quale i contenuti lasciano sempre più spazio al semplicismo e alla banalità. Problemi complessi richiedono soluzioni dello stesso rango, che però sono difficili da spiegare all’elettorato. Così i leader si adeguano e cercano di mantenere consenso sul breve termine adottando finte soluzioni (chiudere le frontiere per contrastare la disoccupazione, ad esempio). La politica diventa, insomma, sempre più spettacolarizzata. Ovviamente non bisogna confondere l’analfabetismo funzionale con il populismo. Si tratta di due cose ben distinte. Il motivo per cui spesso esse vengono accomunate deriva dal fatto che i demagoghi ricorrono più di chiunque altro agli stilemi della semplificazione estrema e dell’avanspettacolo, quindi riescono meglio di tutti ad attrarre gli analfabeti funzionali.

La situazione non sarebbe così drammatica, se esistessero ancora dei robusti corpi intermedi a cui i cittadini (analfabeti funzionali o no) possano sentirsi legati. Questi si occuperebbero di mediare tra la piazza e il palazzo, selezionando un personale politico di qualità. Il problema è che l’incapacità della politica di rispondere ai problemi causati dalla globalizzazione ha determinato una crescente sfiducia della gente comune nei confronti di partiti, sindacati e tutto ciò che è ad essi correlato. Così l’analfabeta funzionale è a maggior ragione una mina vagante, capace di comportamenti altamente irresponsabili.

Quale soluzione adottare? Il ritornello più sentito è abolire il suffragio universale, subordinando l’ottenimento del diritto di voto solo a chi superi un test sulla conoscenza della storia, del diritto e del sistema politico italiano. Ridicolo. Un esame del genere darebbe agli esaminatori un pericolosissimo potere di discriminare certe classi sociali o gruppi etnici nell’ottenimento del diritto di voto, tramite un’accurata scelta delle modalità d’esame. In fondo basta incrociare qualche dato statistico sull’accesso all’istruzione e all’informazione, regolando le domande di conseguenza. È inoltre curioso che la necessità della “patente di voto” sia sostenuta dalla convinzione che ci siano persone incapaci di esprimere correttamente la volontà popolare, esattamente come i borghesi ottocenteschi motivavano il suffragio censitario con l’idea che solo i proprietari istruiti avessero gli interessi e le competenze per capire cosa fosse più giusto per tutti (anche per chi non poteva votare). Una mentalità odiosa e paternalistica che cela una pura e semplice verità: per gli elitari di oggi, come per i borghesi di allora, la democrazia va bene fin quando conviene.

C’è un’alternativa molto meno fantapolitica di questa: l’istruzione. Se le cose vanno sempre peggio, in Italia come nel resto dell’Occidente, è perché ovunque si insegue un modello educativo basato su gerarchia, aziendalizzazione, smantellamento della cultura e competitività a tutti i costi. Oggigiorno dalle cattedre si propugna il darwinismo sociale. Siamo passati dalla “scuola maestra di vita” a “la vita insegna più della scuola”, trionfo del becero ignorantismo. Normale, se il sistema scolastico e universitario rinuncia alla sua missione civile per puntare a trasformarsi in un gigantesco ufficio di collocamento.

Ma ora capovolgiamo tutto. Trasformiamo la didattica già dalle elementari. Rendiamola cooperativa ed egualitaria: nessuno deve rimanere indietro. Insegniamo i valori della nostra Costituzione con passione e orgoglio. Cominciamo finalmente a dare la giusta dignità ad una materia come l’Educazione Civica. Ma soprattutto, non trattiamo gli analfabeti funzionali come fuori casta. Se ci fosse maggiore giustizia sociale avrebbero più fiducia nella scuola e meno nella strada, per il futuro dei propri figli. E magari comincerebbero essi stessi a trattare la politica con più rispetto, se solo si sentissero ricambiati. Ma niente scuse: questo dipende esclusivamente da noi.

Samuel Boscarello

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