Per un 2017 meno approssimativo

Siamo informati su tutto e tutti, o almeno crediamo di esserlo. Certo, lo siamo molto più delle generazioni precedenti che non potevano attingere dalla magica rete che tutto accoglie, eppure si fa presto a capire come al sovrabbondare delle informazioni disponibili non corrisponda una corretta e uniforme assimilazione. Leggiamo e sentiamo troppo, e poco rimane.

Ma alle orecchie di un laureando in lingue, il problema non è tanto lo stare sotto il fuoco incrociato delle notifiche, delle interviste, dei video postati, delle mail in arrivo, e non è nemmeno l’affollarsi delle opinioni sui social: entrambe le cose si possono superare senza neoluddismi una volta distinti i mezzi dai fini. No, la sensazione di fastidio mi seguiva anche fuori di casa e col cellulare spento, era insita in ogni conversazione, e a poco a poco cresceva dentro e si faceva pesante.

Poi ho capito. Era colpa una ricorrente, imperdonabile, mancanza di precisione linguistica in tutto quello che mi circondava. I campi su cui si mette parola si sono allargati a quasi tutto lo scibile umano, ma la lingua si adagia ancora sui luoghi comuni: aggettivi sparsi a man salva e frasi fatte ripetute senza un’idea precisa dell’immagine da cui scaturiscono, fra l’altro su temi ampi e abbastanza controversi. Insomma se parlo di Europa – assumendola come sinonimo di UE – sto parlando di una organizzazione di ventotto paesi diversi fra loro, non di una cosa omogenea come un cubo con tutte le facce e gli spigoli uguali. Eppure le parole viaggiano e viaggiano, Europa, Costituzione, PD, Cinque Stelle, vaccino, banche, storpiandosi da Nord a Sud a seconda degli italiani regionali, senza una cognizione precisa. E soprattutto viaggiano in rete. C’è poco da fare: ormai il grosso dell’opinione la costruiamo lì, come la generazione precedente l’ha costruita attingendo dalle TV e giornali. E questa rivoluzione democratica – la parola a tutti! – di Internet è grandiosa, davvero, ma porta con sé un volume di informazioni tale che diventa facile perdere l’orientamento. Tra le schiere di tutti quelli che vogliono farci la morale, campane dissonanti, aspiranti Thackeray fustigatori dei costumi, indignati e indignati degli indignati, c’è davvero da intontire e soffrire come Fantozzi di allucinazioni audiovisive.

Ma a chi dare retta? Un trucchetto utile per vedere se il pulpito è valente o meno, è quello del vecchio Socrate, il filosofo che nulla scrisse e che tanto fece parlare di sé. Si tratta del ti estì, cioè la semplice domanda “Che cos’è?”. Semplice, efficace, e sempre pertinente: provate a domandarla un paio di volte e farete presto luce sulle lacune dei vostri interlocutori. Non lo trovate utilissimo? Suvvia, fra le tante prediche che vi sorbite su ogni media da critici (Sgarbi, Grasso), filosofi (Fusaro, Cacciari), comici (Grillo, Balasso, Crozza, Benigni, Guzzanti) ascoltate almeno il consiglio di un signore nato duemilacinquecento anni prima di voi che così tanto infastidì la elleniche genti da essere processato e condannato alla cicuta. E dato che è improponibile e scortese commentare tutti i post e interrompere tutte le conversazioni, ponetelo sadicamente a voi stessi il fatidico “Che cos’è?” prima di utilizzare qualsiasi parola o di lanciare qualsiasi accusa, e se non riuscite a rispondervi in maniera immediata allora correte ai ripari!

Poi è chiaro: la conversazione – verbale e non – si basa su due o più soggetti che interloquiscono associando delle parole a dei concetti (significanti e significati, direbbe Saussure). Quando per uno dei due interlocutori alla parola non è attaccato nessun concetto, allora la conversazione diventa una non-conversazione, e si perde tutto il valore comunicativo. E allora via col bagno di umiltà, interrompete e chiedete se qualcosa non vi è chiara! Che tanto a chiedere si resta ignoranti per un secondo, a non chiedere lo si può rimanere anche per tutta la vita. È inutile smanettare il cellulare e cercare risposte in qualche forum per sembrare sempre impeccabilmente preparati, tanto parole e nozioni si dimenticano in fretta se non vengono utilizzate.

Ed eccoci al buon proposito per l’anno che è incominciato. Quello di non essere approssimativi, di ascoltare prima chi vi dice di ascoltarvi e poi chi esige di essere ascoltato e di essere premurosi della lingua che parlate come di qualsiasi altro aspetto che vi definisce. E siate curiosi, porca paletta! Non lasciate che leggendo un testo vi sfugga una singola parola. Beatevi pure e divertitevi nel pronunciarle, anche quelle più elaborate, quelle con tante sillabe: PARANOMASIA, APOSTASIA, FARRAGINOSO, ALBAGIA; nel distinguere il maccu di fave dal muccu con cui fare le polpette; nell’usare il congiuntivo esortativo in maniera corretta! (col congiuntivo presente, non con l’imperfetto come ripetono Salvini o Adinolfi). Migliorare le proprie competenze linguistiche non è una questione di ostentazione, significa migliorare il proprio approccio al mondo. Non serve conoscere la linguistica strutturale per capire che il nostro mondo è quello a cui il nostro linguaggio riesce a dare forma: prova un po’ a sentire dell’accidia senza sapere cosa significa accidia, o a vedere l’indaco in un tramonto sul mare di Ognina senza conoscere la parola indaco.

Contro l’approssimazione, contro il culto dell’ignorantismo che male addita ogni forma di conoscenza ben assimilata – tutto quello che è “studiato” – io con questo 2017 dico ancore e più forte di prima EVVIVA la curiosità e EVVIVA il sapere inutile! (Inutile? Non si butta via niente). E non lasciatevi intimorire dall’ambiente: se vedete altipiani di merda attorno a voi, a cosa serve lanciarne altra e fare monti e colline? Non trovate niente che vi accenda lo stoppino? Non trovate pascolo intellettuale? Bene, intanto seminate, e guardate che da tutta quella merda qualcosa nascerà.

Fosse un bel fiore da cogliere, o di che nutrirvi a vostra volta.

Fabio Damico

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