Io, Claude Monet: un racconto tra inchiostro e pittura

Io, Claude Monet, il nuovo docu-film di Phil Grabsky nell’ambito della stagione della Grande Arte al Cinema, descrive tramite una visione onirica e sensazionale l’opera e la vita dell’artista impressionista. Lo schermo si trasforma in tela su cui la macchina da presa registra le tumultuose pennellate conservate nei diversi musei al mondo; le parole sono alcune delle numerosissime lettere che l’artista rivolse in vita ad amici e cari.


Il museo cinematografico è contemplazione degli schizzi dell’immediatezza: allo spettatore non viene offerta alcuna chiave di lettura e critica al di fuori delle parole di Monet stesso. Un’unica voce fuori campo, che rivela momenti biografici di intensa depressione e giorni di assoluta euforia, è la scelta caratterizzante del regista: ardua, e nell’ascolto e nella visione, specialmente perché accostata a una musica di sottofondo snervatamente ripetuta, che intrattiene ma non trattiene la profondità delle parole.

Il ritratto che ci viene offerto è quello di un pittore che fugge l’approssimazione, raschiando a fondo l’essenza di tutte le cose in una spasmodica ricerca di perfezione che non trova fine. Il blu del mare e del cielo sono troppo per la visione dell’autore stesso: l’umana essenza ammira l’impeccabilità della natura e da questa viene travolta.
Le regole della pittura, la cui esistenza è messa in dubbio dall’impressionista stesso, sono travolte dall’istantaneità attraverso una tecnica meno liscia e minuziosa del passato, ma più evocativa e vibrante. L’essenza della realtà viene raccontata attraverso un linguaggio cromatico di punti e di linee incomprensibili se visti da vicino e ricomposti dall’occhio solo alla distanza.

La corrispondenza di Monet, che celebra le gioie della pittura e del mondo naturale, mostra anche momenti di oscura depressione, i problemi di salute, i lutti e le difficoltà economiche. L’attività dell’artista, che regala i colori del cielo e i movimenti della luce in una raccolta di Bellezza, non gli garantisce – almeno in buona parte della sua esistenza – un agiato stile di vita: il non-utile non risponde alle logiche economiche della vita in società.
L’immagine che scaturisce è quella di un uomo perennemente in crisi e a caccia di denaro, talvolta afflitto da alcuni eventi drammatici come la morte della prima moglie, Camille. Tuttavia, non manca un preciso dissapore in chi ascolta: che a tratti il dolore appartenga più all’interpretazione di chi legge in modo esageratamente enfatico, con una intonazione forzata, e non all’autore stesso, alla vera essenza delle sue parole.

Quello che portiamo al rientro nelle nostre case – fronteggiata la difficoltà del mantenere alta l’attenzione – è un sentimento di maestosa e folle fiducia. Una fiducia irrazionale che permette a ogni anima geniale – animata da passione cieca – di compiere scelte inconsuete offrendoci una visione più onirica dell’esistenza stessa che noi non abbiamo avuto il coraggio o il talento di scoprire. Non resta che osservarla, nello stesso silenzio che ci propone Phil Grabsky, anche se a questo ultimo spettatore noi avremmo preferito, almeno un po’, un Autore.

Alessandra Di Nora

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