La Casta, dieci anni dopo

«Un’oligarchia di insaziabili bramini».

Ora come dieci anni fa, troviamo queste parole in alto sulla prima pagina de La Casta (Rizzoli, 2007), l’oramai proverbiale libro d’inchiesta il cui titolo finì per ribattezzare dispregiativamente il ceto politico italiano per gli anni a venire. Un’oligarchia di insaziabili bramini; davvero non saprei trovare una forma migliore per introdurre il libro se non quella degli autori Rizzo e Stella: contiene la tesi finale, il tono pungente dell’argomento, e tutto il vampirismo ascritto alla materia trattata. Il paragone con i membri della casta sacerdotale indiana voleva denunciare la rigidità dei partiti (consacrata dalla legge Calderoli del 2006, recentemente dichiarata incostituzionale) che non solo non promuovevano nessuna attività democratica, ma badavano solamente a loro stessi. Una materia nota, una condotta iniqua che va oltre la political nazionale, pervadendo le regioni, i comuni e piccole cooperative: i due giornalisti del Corriere della Sera riportano nel libro varie immersioni fra i bilanci dei palazzi governativi, fra finanziamenti pubblici eccessivi a enti che non dovrebbero esistere, tra le indennità di piccoli sindaci di paese, e numerose altre magagne, alternando resoconti e cifre a commenti ironici.

Niente di nuovo agli occhi del cittadino del 2017. Eppure dieci anni fa il volume di questo tipo di giornalismo non era ampio come oggi. Il libro fu un bestseller nel giro di pochi mesi, un affondo esatto nel periodo esatto, quello del malcontento crescente all’ombra della crisi. Non andrò a squadernarvi i vari capitoli dato che il libro è ampiamente disponibile e se siete arrivati fin qui si può supporre che sappiate leggere, ma vorrei guardare l’argomento con l’occhio critico di chi ha sentito questo genere di accuse e imputazioni fin da quando ha preso in mano il primo giornale, guardarlo alla luce della recente storia politica.

È innegabile che gli sprechi della politica nazionale così come ogni altra realtà controversa in seno a piccole e grandi amministrazioni siano state in questi “anni ‘10” il cavallo di battaglia di qualsiasi schieramento volesse fare breccia fra gli elettori. Si guardi il volto progressista del PD: Matteo Renzi detto il rottamatore, che non appena insediatosi al governo fa vendere su Internet le auto blu, inizia a pubblicare rendiconti online, e nella sua ultima avventura politica arriva a chiedere di votare Sì al referendum costituzionale perché c’è da tagliare poltrone al Parlamento a tutti i costi; o la tempesta di Beppe Grillo, che fin dal primo V-Day (proprio nel 2007) s’è abbattuta sugli sprechi e sulla immoralità dei partiti creando un movimento alternativo il cui statuto pone l’integrità etica come requisito imprescindibile per appartenenza; così anche il più recente segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, che mette alle strette Padoan chiedendogli quanto costa un litro di latte, e dichiara continuamente guerra alla classe politica italiana, e ancor di più a quella europea; senza dimenticare la leader del modesto partito Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che ha dato una voce anti-casta anche al centro-destra. Tutti hanno cercato di dare un’immagine di sé più vicina al popolo, con video fatti in prima persona col cellulare, #matteorisponde, o consultazioni online.

Insomma, da quel 2007 di crisi incipiente, i metri cubi di fiato spesi contro la casta-establishment-potenti-élite-sistema sono stati parecchi, e siccome ogni volta che si parla tantissimo di qualcosa i confini delle parole si sfarinano, la casta è diventato tutto. Fra titoli e occhielli “casta” diventa sinonimo di partito politico governante, azienda ricca, banca e finanza, dal preside della scuola a Carlo Conti e Giletti. Tutto mescolato e tutto rifiutato in blocco. Ritornano le dicotomie “noi vs. loro”, “poveri vs. ricchi”, “governati vs. governanti”, paradossalmente senza che i rossi esistano più! Se qualsiasi grado della gerarchia politica e istituzionale repelle, la parola “politica” non fa che provocare sdegno e sputi a gran parte degli italiani. Sarà colpa degli autori de La Casta o dei tanti altri slanci di giornalismo simili?

Figuriamoci, certo che no. La diffidenza verso le istituzioni è una peculiarità della conformazione mentale nostrana, e ancor di più nel siciliano, un essere apatico che subisce il cambiamento con soltanto un’alzata di sopracciglia e una mano nella tasca. Sarebbe interessante ripercorrere il passato, indietro fino ai tempi dell’Unità d’Italia e prima ancora, per tracciare i punti più salienti del consolidamento di questo sentimento. Ma le corruzioni non se le sono mica inventate i giornalisti, né si sono inventati gli sprechi o le cronache dei processi naufragati in prescrizione. La diffidenza diventa spontanea e fondatissima. E arrivati a un certo grado di sopportazione viene soltanto da urlare, tirare calci, e scappare via “in un Paese civile”, che è spesso un paese dei balocchi concepito senza mai aver viaggiato oltre la propria città.

Ma se la diffidenza è lecita e l’indignazione è giusta, è anche vero che entrambe le cose sfociano in un’apatia politica generale, che appiattisce ogni discussione in un bofonchiamento qualunquista. E credo che sia proprio questa l’eredità di sentimento a dieci anni dall’uscita La Casta: un qualunquismo di fondo, sinistroide per i più poser, destrorso per i più machi.

Il rancore verso la casta ti viene infuso col biberon e ti ritrovi addosso una strana collera interiore verso un Parlamento, una regione siciliana, un comune, senza nemmeno più memorizzare il fatto, senza più ricordarti quali siano i loro ruoli. Se tutto il mondo occidentale sbrocca, sembra che l’Italia sbrocchi ancora di più. Ed è questo sbroccare arreso l’amaro lascito, uno sbroccare senza nemmeno più reclamare un diritto giusto, e peggio ancora senza avere nemmeno più la soddisfazione dello sbrocco, dato che non lo si fa più con un grido liberatorio, ma magari con un gridolino rimuginato o scritto su un social per dovere di coscienza.

Alla luce di tutto ciò, leggere, o rileggere, La Casta potrebbe sembrare noioso vista l’assuefazione a questo genere di notizie. Eppure leggerle con calma sulle pagine di un libro aiuta a fissarle con più chiarezza nella mente, così da riportare l’indignazione su dei giusti binari. È un modo per godere di un florilegio di corruzioni e di modus vivendi italiani, scovando nomi e aneddoti, per poi ritrovarceli magari uguali o similtali nel telegiornale delle 13.30.

Fabio Damico

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