Castello Ursino tra Arte antica e contemporanea

La prima volta che entrai nel Castello Ursino fu tre anni fa con la mia classe del liceo. Non rimasi particolarmente impressionato da quella costruzione, la quale, pur non ignorandone l’importanza storica e artistica, non mi colpì poi granché. Forse perché non comprendevo e, anzi, sconoscevo molte cose. Quando, invece, sono ritornato in quel luogo qualche tempo fa, spinto dalla curiosità per la mostra dedicata a Warhol, sono rimasto stupito dalla bellezza e ricchezza che il castello risalente all’epoca di Federico II possiede.

L’edificio, costruito nel XIII secolo e voluto dall’imperatore svevo, si inserisce pienamente nel progetto di Federico di dotare l’isola di nuove fortezze e castelli al fine di controllare e subordinare a sé le comunità cittadine e i governi locali. La costruzione si trova in prossimità della costa, dominando un territorio molto diverso da quello che appare oggi al moderno visitatore, a causa delle trasformazioni della struttura urbana che la città ha subito nel corso dei secoli, parallelamente alle modifiche apportate al castello. L’opera costituisce una commistione singolare di elementi e caratteri storicamente e culturalmente diversi tra loro, considerando soprattutto quello che è conservato al suo interno: una testimonianza evidente dell’operato e della presenza normanna in Sicilia, la quale diede all’isola – com’è ben noto – frutti meravigliosi, unici al mondo.

I sovrani normanni infatti promossero la costruzione di importanti edifici pubblici, non trascurando ma sfruttando gli influssi culturali e artistici delle popolazioni che li avevano preceduti (emblematico a tal proposito il caso di Monreale). La collezione dell’edificio, oggi museo civico della città, comprende moltissime opere e manufatti, frutto di donazioni e lasciti alcuni appartenuti ai monaci del monastero benedettino di S. Nicolò e al principe di Biscari. Al suo interno molti cimeli come, ad esempio, armi del XVI secolo, nonché anfore e oggetti d’uso comune d’età antica. Il repertorio risulta dunque eterogeneo, includendo tra l’altro dipinti d’epoca moderna e contemporanea e un’importante raccolta di monete d’età bizantina, provenienti dalle zecche di Catania e Siracusa, molto attive all’epoca.

A seguito della vittoria bizantina nella così chiamata guerra gotica, che vide contrapporsi Romani (in questo modo amavano definirsi ancora i greci dell’impero d’Oriente) e Ostrogoti per la conquista della penisola italiana, l’obiettivo della renovatio Imperii giustinianea, i bizantini portarono infatti con sé in Sicilia, un luogo che godeva già all’epoca di una certa “autonomia” politica, anche le proprie monete. Queste erano divise in nòmisma o solidus (quella d’oro, più pregiata e anche meno usata e diffusa ), semissis (equivalente a metà del valore del solidus) e tremissis (pari a 1/3). Vi era poi il follis, la moneta corrente in rame introdotta alla fine del sec. V da Anastasio I. Quando, nel sec. VI, l’avvento dei Longobardi nella penisola rese più arduo l’arrivo di monete in Sicilia dalla zecca di Ravenna, venne aperta una sede anche a Catania, che cominciò a produrre decanummi (pari al quarto di follis) e pentanummi. Sotto Eraclio( 610-641 ) venne aperta una zecca anche a Siracusa, la quale, in breve, sostituì quella catanese, producendo in più anche monete d’oro, rivestendo un ruolo molto importante in quanto unica zecca in Sicilia.

Non potrei, inoltre, non spendere qualche parola per le opere del già citato genio della Pop Art, presenti al secondo piano dell’edificio per una mostra che si protrarrà fino al 3 maggio. Tra le cinquantotto opere mostrate al pubblico, si scorge tutta la tipica concezione warholiana dell’arte che si fa merce e oggetto di mero consumo in una società oramai eccessivamente capitalistica. Si possono ammirare così le famigerate Marilyn, in cui il volto dell’attrice viene ripetuto quasi all’infinito variando solamente la cromia, manifestandone l’importanza dell’immagine ancor prima delle doti recitative. Ma l’artista statunitense rappresenta la condizione della società moderna anche e soprattutto nelle scatole di minestra Campbell’s, in cui il quotidiano e i suoi oggetti si fanno Arte. Rilevanti sono, inoltre, le numerose cover per la rivista Interview, la serigrafia di Mao e, in particolare, le opere dedicate a Muhammed Alì e Rocky Balboa, recanti le firme, non solo di Warhol, ma dello stesso pugile, nel primo caso e, nellìultimo, dell’attore Sylvester Stallone.

Perché dunque contemplare Warhol? Certamente, prima di tutto, perché – pare ovvio – la sua arte influenzò un’epoca, ma ancor di più perché le sue sono opere “vive” ancora oggi, anzi, particolarmente. Il fenomeno che l’artista condannava con la sua attività è tuttora in corso: la sua arte deve servire dunque per una precisa presa di coscienza da parte dell’osservatore. Ciò che consiglierei al visitatore, più in generale, è di non concentrarsi unicamente su un’opera o, similmente, su un gruppo, bensì di analizzare e meravigliarsi di fronte all’ingente quantità di ricchezza che il castello rappresenta e contiene, poiché per poter valorizzare il nostro patrimonio è essenziale, prima di ogni cosa, comprenderlo e saperlo apprezzare nella sua interezza, mettendo da parte ogni forma di indifferenza.

Andrea Mattia

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