“Non ti preoccupare papà, sto bene”

Le parole di Sami Modiano, sopravvissuto ai campi di concentramento

Sguardo intenso, carnagione chiara, labbra sottili e una voce nitida. E’ un uomo semplice, ama stare in mezzo ai giovani e raccontare il suo vissuto attimo dopo attimo. La storia ha cambiato la sua vita fin da giovane, all’età di 13 anni. Sami Modiano è uno dei sopravvissuti ai campi di concentramento di Birkenau e Auschwitz e oggi ha deciso di raccontare a tutti le atrocità vissute durante la sua adolescenza, ha deciso che il mondo ha bisogno di verità per non poter più patire il male commesso. Nato a Rodi il 18 luglio 1930 dal padre Giacobbe e la madre Diana, aveva una sorella di nome Luana. E’ questa la sua presentazione a dei giovani liceali presso il cineteatro Sant’Anna di Caltagirone. L’emozione è tanta, la sala è piena di ragazzi e la sua voce ammanta di brividi la nostra pelle. Il racconto della sua vita inizia proprio da un triste episodio d’infanzia, quando è costretto a lasciare la scuola elementare e nel silenzio regnante nella sala tuonano le sue ferme parole: “E’ una colpa essere ebreo?”.

Le sue vicende autobiografiche dopo la promulgazione delle leggi razziali nel 1938 sono burrascose, la morte della madre nel ’41 per un problema di cuore, la perdita del lavoro da parte del padre fino a quando un evento non sconvolge l’isola di Rodi. E’ l’8 settembre del 1943 e l’Italia firma l’armistizio con gli alleati, ma il 23 luglio accade un fatto atroce. I tedeschi entrano a Rodi e tutti gli ebrei sono portati via. Il racconto del tragitto per raggiungere il campo di concentramento è impreziosito dai minimi dettagli, la sua memoria è limpida tanto da descrivere perfino quei fili spinati di fronte ai suoi occhi. Certe immagini rimangono per sempre impresse nella mente dell’uomo, soprattutto se chi osserva è un ragazzino di soli tredici anni.

Sono forti le sue parole quando invece del consueto utilizzo del tempo presente, con cui è solito raccontare, usa il tempo passato per pronunciare il numero d’identificazione del padre: “Lui aveva B7455, io ho B7456”. Uomini senza più un nome, senza più un’identità: “Ci avevano tolto la dignità. Non mi chiamavo più Sami Modiano”. Tra i racconti della vita dei campi, dei lavori oppressivi e faticosi a cui erano sottoposti, della sveglia alle ore 04:00 del mattino, ripete instancabilmente e con la voce strozzata dal fardello dei ricordi: “Questi occhi hanno visto cose che voi altri non potete nemmeno immaginare”.

La famiglia; unico nido in cui ancora confortarsi. L’affetto e il calore dei familiari; l’unico frammento integro, di una realtà frantumata dai silenzi inquieti di uomini dispersi nel fumo nero delle camere a gas. Sami Modiano ripete a voce alta e guardandomi fisso negli occhi le parole che gli hanno dato la forza di reagire, di amare la sua vita: “Tieni duro, tu ce la devi fare”. Questa frase è proprio quella che il padre ha detto a suo figlio la sera prima che morisse, quella stessa sera che aveva saputo della morte della figlia Lucia. E quale mai dolore può esserci negli occhi di un padre che vede il proprio figlio faticare la vita e nel suo cuore, così tanto lontano da una figlia portata via in chissà quale baracca. E’ il 1945 e i sovietici avanzano verso Birkenau, i tedeschi trasportano tutti verso il campo di Auschwitz. E’ proprio qui che risollevato il proprio corpo di soli 25 Kg da un ammasso di cadaveri sui quali è stato gettato, è salvato dai sovietici il 27 gennaio 1945.

Quando si vive in bilico tra la vita e la morte, quando i tuoi occhi hanno visto il capo rasato di tua sorella, le sue ossa sporgenti dalla pelle e le sue mani donarti quell’unico pezzo di pane con cui potersi sfamare, quando non hai capito spesso i silenzi di tuo padre, quando non riuscivi a spiegarti la sofferenza atroce di quei bimbi innocenti ammassati nei treni, ci si chiede dov’è DioMa è nella meraviglia delle cose belle che oggi Sami Modiano ha ritrovato la fede. E alla persistente domanda del perché Dio lo avesse lasciato ancora in vita, al perché si potesse considerare un privilegiato, egli risponde: “Oggi sono l’uomo più felice del mondo, perché ho trovato la risposta al mio perché. Siete voi giovani”. Mi saluta stringendomi a sé con il suo braccio destro e guardandomi negli occhi, occhi che hanno scrutato gli angoli più bui della storia del genere umano, lo ringrazio perché ho trovato nel suo sguardo ciò che fin da bambina ho ricercato tra i libri di storie di ebrei.

Chiara Boscarello

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