Il fu Adolf Hitler

Pensavamo fosse morto (l’istinto) e, invece, lui è tornato!

«Audace, provocatorio, ti arriva in pieno volto»: queste le parole del «generale Sawatzki», una perfetta descrizione di quello che è Er ist wieder da, lungometraggio di successo del 2015 tratto dall’omonimo bestseller di Timur Vermes: metacinema, commedia, black comedy, docu-film, ma personalmente lo definirei un riuscitissimo esperimento sociale-I tanti volti spesso oscurati nelle inquadrature sono palese traccia di come il film attinga a piene mani a più fonti: telegiornali, documentari da archivi storici, riprese basate su sceneggiatura ed improvvisate, richiami interni ad altre opere: punto cardine per la realizzazione di questo film, il genio lungimirante di Stanley Kubrick. La particolarità della colonna sonora di Lui è tornato ne è un indizio: La gazza ladra di Rossini, l’impiego di molti brani del repertorio classico, tra i quali anche la Pomp and circumstance N. 4A di Elgar ed il Funeral of the Queen Mary di Purcell. In questo quadro complessivo sarebbe impossibile non pensare ad Arancia Meccanica: anch’esso un film tagliente, fastidioso, scomodo, prepotente, ironico, divertente, travolgente.

L’utilizzo di una voce narrante, e nello specifico il fatto che sia quella del protagonista principale, concorre pure a ricordare il racconto extradiegetico di Alex il Drugo, e l’effetto ottenuto dal regista Wnendt è lo stesso suscitato dalla visione di Arancia Meccanica. Lo spettatore si cala nel ruolo del protagonista che ha davanti sullo schermo: iniziale repulsione, per poi apparire perfino divertente, leggero, autoironico. Uno di noi insomma. Ne condividiamo i sentimenti.

E cosa è Hitler se non un “animale da circo” come Alex nella dimostrazione pubblica della validità della cura Ludovico? Di fronte ad un pubblico prima attonito, poi plaudente, nelle inquadrature in contro luce del Führer, ritroviamo il ragazzino biondo dagli occhi azzurri vestito di bianco che già conosciamo.

Gli autori del libro e del film Lui è tornato hanno evidentemente sentito l’urgenza di domandarsi e di domandarci cosa succederebbe se un Hitler redivivo tornasse tra noi oggi. Le risposte ci sorprenderebbero. Dopo essersi risvegliato nella Berlino del 2014, Hitler incontra il cameramen Sawatzki, neolicenziato dalla piccola emittente televisiva locale privata presso la quale era impiegato. Fabien si offrirà di accompagnare il Führer per il Paese perché quest’ultimo possa porre domande alla gente, mentre lui si occuperà di riprenderlo con una videocamera.

Buona parte del film si basa su interviste improvvisate: da Monaco a Beyreuth, da Berlino a Brandeburgo, le opinioni dei cittadini bucano lo schermo con la loro nettezza. «Lo stipendio non basta, tutto viene manipolato, non cambia mai niente» ci dice una venditrice ambulante; fanno la loro parte anche «povertà infantile e senile, disoccupazione, tasso di natalità a livelli irrisori» e, soprattutto, gli stranieri: i “negri”, ora amici, ora causa dell’abbassamento del QI del popolo tedesco; i barbuti, i salafiti. «Che tornino a casa loro!».

«Paura, rabbia silenziosa, apatia politica» sono gli elementi di base che questo film raccoglie ed espone senza filtri: ciò che vediamo è essenzialmente la nuda paura della gente, sinceramente preoccupata, disorientata, mancante di una direzione guida, e per questo molto pericolosa. La colpa è da attribuire anche al fallimento della politica su tutti i fronti: «non è vero che prima era tutto peggio». Alcuni ricostruirebbero i lager.

La signora Bellini, direttrice dell’emittente, decide di lanciare in un programma satirico quello che crede un comico: Hitler conquista tutti. Su Twitter e YouTube sarà un must: «È un po’ disarmante: non capisci se la reazione giusta è piangere o scoppiare a ridere, perché gli argomenti di cui si parla sono estremamente seri» e «la cosa triste è che quello che dice non è così assurdo».

Adolf riconosce nella televisione un «grandioso mezzo di propaganda», un’«opera straordinaria che dimostra la grandezza dell’uomo» ma nei «momenti difficili il popolo ha bisogno di svagarsi» e quindi essa ci propina un’«ondata di idiozie per minorati mentali. Torniamo verso l’abisso profondo, ma non ci è dato avvedercene, perché in televisione non ci fanno vedere l’abisso. No. Loro cucinano!».

In una scena finale metacinematografica Hitler domanda a Sawatzki – e a noi tutti: «Lei si è mai chiesto perché il popolo mi segue? Perché in fondo siete tutti come me: abbiamo gli stessi valori. Non si può liberare di me: sono una parte di lei.»
Chi è allora il pazzo?
Hitler è tornato.

Anzi, non è mai andato via. Perché la storia si ripete, e perché ciascuno di noi è ragione e istinto, e ha un Führer dentro di sé, un Alex De Large. La folla compiaciuta ci(/si) applaude per i nostri(/propri) istinti, e se in Kubrick a rischio di esplosione era l’arancia “di” Alex, adesso a Hitler è chiaro che l’orologeria ticchettante sia quella della società tutta: «Ora ho una visione d’insieme e posso asserire che le condizioni mi sono favorevoli. In Germania, nell’Europa e nel mondo. È un buon punto di partenza.» L’orrore non è mai finito, e si ripete giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi. Paura, rabbia, risentimento, insoddisfazione, stanno per far scoccare l’ora in cui, stanchi, ci affideremo forse a qualcuno di forte che ci guidi verso la liberazione?

Francesca Sortino

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