La scarcerazione di Riina: una dura possibilità che va accettata

Ci sono delle questioni che scatenano immediato sconcerto: è ciò che mi è accaduto nel leggere che il boss Riina, vecchio e malato, ha diritto a una morte dignitosa. Alla possibilità che venga scarcerato ho sentito profondo disgusto. A questo, poi, ha fatto seguito una analisi più ragionata che per strade diverse mi ha condotto ad altri due accaduti: del primo, molto meno amaro del terzo, ve ne parlo subito.

Il diritto alla salute prevale alla giustizia – Il caso dei due chirurghi assolti

Era il settembre 2015 quando due medici campani, che operarono un camorrista ferito in un conflitto a fuoco durante un regolamento di conti, senza denunciarlo e senza stilare il referto, furono assolti dalla Cassazione dall’accusa di favoreggiamento: perché si configuri il favoreggiamento a carico di un medico è necessario – per legge – che il suo dovere professionale vada oltre “il limite della diagnosi e quello della terapia”, un limite che non è superato per il solo fatto che sia stato operato a domicilio un camorrista ferito. Quanto all’obbligo del referto, il camice bianco ha la “prerogativa” di ometterlo ogni qualvolta dalla sua redazione derivi la possibilità di esporre a procedimento penale la persona alla quale egli ha prestato assistenza.

Il diritto alla salute dei detenuti – L’Attuale Caso Riina

I detenuti hanno diritto al pari dei cittadini in stato di libertà alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione sulla base dei livelli essenziali di assistenza nel Piano sanitario nazionale. In aggiunta, in caso di grave stato morboso e vicino a presunti eventi infausti, questi possono aver diritto agli arresti domiciliari per una morte dignitosa. Questo è ciò che il legale ha chiesto al tribunale di Bologna per Riina – ultraottantenne, affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica e cardiaca compromessa – ricevendo dal tribunale risposta negativa. Oggi, la Suprema corte accoglie il ricorso dell’avvocato e ritiene di dover ricevere le prove per cui la pericolosità attuale di Riina sia incompatibile con una sua scarcerazione e con il diritto a “morire dignitosamente” a casa. Nostra.

La morte del medico Attilio Manca – L’omicidio per proteggere la latitanza mafiosa

Attilio Manca è stato un medico e urologo italiano, presunta vittima di mafia. Fu ritrovato cadavere nel 2004 nella sua abitazione di Viterbo e l’autopsia certificò la presenza nel sangue di eroina, alcol etilico e barbiturici. Il caso fu inizialmente ritenuto un’overdose, poi archiviato come suicidio. I genitori si opposero all’archiviazione sostenendo che il figlio fosse stato ucciso per coprire un intervento subito da Bernardo Provenzano a Marsiglia. Manca era mancino e dunque, secondo i genitori, se fosse stato lui a farlo non si sarebbe iniettato la droga nel polso sinistro ma in quello destro. Per questo i genitori non si arrendono e continuano a lottare. Secondo la tesi dei legali e della famiglia, infatti, la morte di Attilio Manca doveva risultare accidentale affinché non si risalisse al suo coinvolgimento con l’operazione di Bernardo Provenzano, mettendo in pericolo il sistema di protezione del boss di Cosa Nostra. Rendendo nota l’identità dell’entourage di Provenzano, infatti, si sarebbe scoperto che la sua rete di protezione non era solo mafiosa ma anche in parte dello stato che, si noti, aveva l’interesse a mantenere Provenzano sano e vigile, garante del patto che la mafia aveva stipulato con lo stato. Manca può essere stato ucciso perché fosse garantita l’anonimato e la sicurezza che avevano protetto la latitanza di Provenzano. Lo Stato non va a rivangare queste cose anche perché potrebbe condannare se stesso. I genitori di Manca, ancora oggi, non si arrendono e continuano ad avere sete di giustizia.

Una questione di dignità – così viene chiamata

Morirono ricchi di dignità gli uomini e le donne che Riina fece squartare e sfigurare, togliendo loro la possibilità di essere anche solo sfiorati in viso dai loro cari. Dignitosi nell’animo, macellati nelle carni.

Mentre nessuno macellerà nelle carni Totò Riina, che a quelle carneficine brindava felice con il suo “moesciandon”. Verrebbe voglia di chiedersi a quali diritti possa mai appellarsi chi, per mezzo secolo, ha fatto strame dei diritti altrui. Poi avanza la ragione della propria diversità.

Queste sono le parole di Nando dalla Chiesa, che si chiede se davvero Riina sia in fin di vita e stia attendendo all’uscio delle carceri solo per spirare e non per tornare a minacciare e a dare ordini. Lo chiede ai periti medici, liberi, che hanno giurato di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna e – al contempo – di esercitare la medicina in autonomia di giudizio, contrastando ogni indebito condizionamento che limiti l’indipendenza della professione. Un Paese dignitoso è un Paese che rispetta le sue leggi e garantisce a ciascuno i suoi diritti utilizzando la misura della giustizia – quella a cui meticolosamente sta ricorrendo – in ogni circostanza. Se Riina sarà scarcerato, se la legge è dalla sua, avremo da accettarlo anche per quella diversità tra lui e noi che ci rende superiori. A farmi male – riflettendoci un attimo – non è soprattutto questo, ma l’immagine di un Paese che è giusto con i forti non tanto quanto con i deboli, con i cento e mille Attilio Manca per i quali preghiamo esista un Paradiso. 

Alessandra Di Nora

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