Flavio Scollo: secondo posto

Costituzione – Per garantire il diritto al lavoro l’articolo 4 non basta

L’articolo 4 della Costituzione della Repubblica Italiana, frutto del mirabile lavoro della Commissione dei 75 Padri Costituenti, così recita:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’ attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Si tratta di uno degli articoli che, nel testo costituzionale, affermano il principio lavorista, ma, a circa settant’anni dalla sua stesura, quest’articolo non è del tutto attuato. Al giorno d’oggi è difficile trovare lavoro, non solo a causa della crisi economica, ma anche per tanti altri motivi.

Ad esempio, le donne gravide si trovano in difficoltà, perché il loro datore di lavoro, quando  viene a sapere della loro condizione, di solito le licenzia perché una donna all’ottavo mese deve astenersi per legge da qualsiasi attività lavorativa.

È difficile trovare il lavoro anche per i giovani. L’Italia ha uno dei migliori sistemi di istruzione in Europa, perciò i giovani laureati si trovano con un alto livello di istruzione, ma sempre più spesso senza lavoro. Il tema è stato affrontato in modo ironico in un recente film italiano, Smetto quando voglio, tra i cui personaggi erano due ragazzi che avevano un tale livello di conoscenza della lingua latina, che riuscivano a discutere tra loro in latino. Il paradosso messo in luce dalla sceneggiatura era che gli stessi giovani erano rispettati all’estero per la loro grande competenza, ma in Italia non erano riusciti a trovare altro lavoro se non quello di benzinai. E questo accade nella realtà italiana di oggi, che ha ispirato gli sceneggiatori del film.

Altro paradosso, che si verifica spesso, è che durante i colloqui di lavoro viene detto a questi ragazzi che sono troppo qualificati ed essi spesso sono costretti a togliere qualcosa dal loro curriculum pur di trovare un impiego. I più in gamba, invece, si stancano di tutto questo e scappano all’estero e da questo fenomeno è nata l’espressione “fuga di cervelli”. La cosa brutta, secondo me, è che l’ Italia investe un sacco di soldi per l‘istruzione di questi ragazzi, e questi stessi ragazzi vanno poi a lavorare all’estero, favorendo quindi la crescita economica degli altri paesi e non dell’Italia.

Altra questione relativa al mondo del lavoro in Italia è il fenomeno delle “morti bianche”. Che cosa sono le morti bianche? Le “morti bianche” sono chiamate cosi perché non c’è la mano di nessuno a causarle. Sono gli incidenti sul posto di lavoro. L’osservatorio indipendente di Bologna ha fatto un’indagine sui settori con maggiori morti bianche e sono risultati tra i primi il settore siderurgico e quello agricolo. L’Italia dal 2000 al 2008 è stata tra i primi stati col maggior numero di morti bianche. Questo fenomeno dipende, in parte, dalla crisi. Per ridurre i costi della mano d’opera, spesso agli operai  o viene fatta fretta oppure vengono raddoppiati o addirittura triplicati i turni e, di conseguenza, gli operai stanno meno attenti ai pericoli e quindi sono più facili gli incidenti.

Secondo me, però non è colpa dei lavoratori ma dell’ intero sistema, perché se non funziona un anello non funziona tutto il sistema. Il vero problema non è uscire dalla crisi, bensì cercare di evitare il più possibile i fenomeni citati sopra. Anche un piccolo sforzo da parte di ognuno di noi basterebbe a far sì che l’Italia ricominci ad andare avanti a tornare quella che era prima, perché non è sempre colpa dei politici. Molte volte la colpa è di noi cittadini che non facciamo abbastanza, che scegliamo sempre la via più facile.

Cultura e Società – Meglio una satira che critica, ma non offende

Secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani online, la satira è una composizione poetica che colpisce con lo scherno o col ridicolo “concezioni, passioni, modi di vita e atteggiamenti comuni a tutta l’ umanità, o caratteristici di una categoria di persone o anche di un solo individuo, che contrastano o discordano dalla morale comune (e sono considerati perciò vizi o difetti) o dall’ideale etico dello scrittore.

Ci sono dei limiti alla satira? Prendiamo in considerazione i due scandali riguardanti la rivista satirica Charlie Hebdo. Questa rivista francese ha pubblicato una vignetta che i suoi autori hanno considerato “divertente”: essa ritraeva un uomo sanguinante con su scritto “sugo” (cioè il sangue), una donna con  dei bernoccoli con la scritta “penne gratinate”, e qualche uomo sotto strati di macerie- “lasagne”. La vignetta era riferita al terremoto che c’è stato ad Amatrice e le persone erano le vittime. Una vignetta abbastanza brutta, a mio parere, perché in quella tragedia sono morte un sacco di persone, e scherzare su tragedie di questo genere non è molto bello. Questo ha dimostrato che i fumettisti francesi non hanno avuto un minimo di sensibilità e solidarietà per l’accaduto. Sempre su Charlie Hebdo è uscita, qualche settimana fa, una vignetta sulla tragedia dell’hotel di Rigopiano, in cui si vede uno sciatore che è la morte e che va verso l’hotel, mentre un uomo delle squadre di soccorso gli rivolge un gesto di scherno. Lo scopo dell’immagine era chiaro: mettere in risalto la straordinaria opera di quelli che tutti abbiamo considerato degli eroi per essere riusciti a strappare alla morte diverse persone rimaste sotto il cumulo di neve e macerie dell’albergo. E sarebbe stata pure divertente, se non ci fossero stati dei morti, ma, purtroppo, non è stato così.

La satira ha dei limiti e questi limiti sono delineati dalla morale comune perché se si vuole fare satira, ci si deve assicurare che anche chi è preso in giro rida, altrimenti potrebbero nascere anche delle controversie. Un esempio di tutto ciò è sempre riferito alla rivista francese, i cui giornalisti hanno subito un devastante attacco terroristico ad opera di assassini, che intendevano vendicarsi della loro satira su Maometto. Si tratta di una delle conseguenze, estreme e mai giustificabili, di una satira che offenda la morale comune.

Ci sono, dunque, degli argomenti a cui sarebbe giusto non alludere attraverso la satira. Tra questi, oltre alla religione, c’è la disabilità. Tutto cambia se a schernirsi con autoironia sono gli stessi diversamente abili. Che dire della famosa foto del tenore Andrea Boccelli, cantante famoso in tutto il mondo, che sul suo essere cieco dice: “Scherzate pure, non ci vedo niente di male”! Altro esempio è Beatrice Vio, la campionessa para-olimpica di scherma, che nelle interviste ironizza spesso sul fatto di non aver né braccia né gambe. In  una foto, che ha fatto il giro del web, si vede lei che, per fare entrare tutti nel selfie, aveva staccato la sua protesi del braccio per sostituire il selfie stick.

Se la satira verso i disabili è fatta dagli stessi disabili è accettabile, ma si deve essere proprio senza cuore per fare satira come quella di Charlie Hebdo, perché quella è una satira molto pungente e potrebbe dare veramente molto fastidio.

Oltre alla satira negativa esiste pure una satira, diciamo così, “positiva”.  Ne sono recenti esempi due film italiani, intitolati L’ora legale e Smetto quando voglio, di cui è stato girato pure il sequel Smetto quando voglio Masterclass. Questi due film criticano la situazione sociale italiana. Il primo parla del fatto che gli Italiani vogliono le regole e il cambiamento, ma poi si rendono conto che è più comodo vivere senza di esse rimanendo nel caos, problema diffuso soprattutto al sud. Smetto quando voglio parla, invece, di due ragazzi che, laureati con il massimo dei voti ed eccellenti nel loro campo, si ritrovano senza lavoro, e che quindi diventano dei narcotrafficanti. Entrambi i film fanno riflettere molto sulla situazione sociale in Italia e sono sicuramente degli esempi di satira che critica, ma non offende nessuno.

Politica – Gli immigrati: una risorsa, non una minaccia

Intervista a Klevis, metà albanese e metà italiano

Oggi le persone migrano per vari motivi tra motivi tra cui: la crisi economica (l’ Albania intorno gli anni novanta), le guerre (il nord Africa e il medio oriente oggi), epidemie e povertà (l’Africa centrale).  Le regioni dalle quali si emigra di più sono: l’Europa orientale (23%), il nord Africa (18%), l’Africa Subsahariana (11%) e l’America Latina (9%). I paesi meta sono di solito l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e la Germania. Una volta arrivati, per gli immigrati l’integrazione non è spesso facile, dato che se sei clandestino non puoi lavorare visibilmente e sei facilmente utilizzabile in modo illecito: molti immigrati clandestini spacciano, si prostituiscono o rubano. Ma questi immigrati sono solo una parte delle persone che arrivano qua in Italia e negli altri paesi, perché ci sono invece alcuni, clandestini e non, che riescono a integrarsi benissimo, come i genitori del ragazzo di nome Klevis (albanese) che ho intervistato. I suoi genitori hanno una storia particolare, ma che è finita bene.

-Sei nato qua in Italia? Se no, quanti anni avevi quando sei venuto in Italia?   

-Io sono nato qua, i miei genitori sono immigrati.

-Avevano come obiettivo Caltagirone, oppure prima sono passati da altri paesi?

-Prima mio padre è andato ad abitare a San Michele di Ganzeria, dove viveva un mio zio che poi si è trasferito, e poi è arrivato a a Caltagirone.

– E tua madre?

-Mio padre è venuto qua seguendo il flusso migratorio degli anni ’90, precisamente nel ’96, mentre mia madre è venuta solo nel 2005.

Questa risposta mi ha fatto riflettere su come la distanza non abbia diviso i suoi genitori, che invece sono rimasti insieme. Però mi è venuta una curiosità strana, e quindi gli ho chiesto:

Questa è una domanda un po’ imbarazzante, se i tuoi sono stati tutti questi anni separati, come ti hanno … ehm, diciamo “creato”?

-Durante una vacanza che ha fatto mio padre in Albania nel 2004.

-E quando si sono sposati?

-I miei genitori si sono sposati dopo che sono nato. Hanno deciso di sposarsi durante quella vacanza di cui parlavamo prima e poi si sono sposati nell’ estate del 2005.

-Che religioni pratichi, cioè sei cristiano oppure sei di un’altra religione?

Ecco, mi vorrei soffermare su questa risposta, lui mi ha risposto che è musulmano, ma non va in moschea e non segue le strette regole dei musulmani e ogni tanto festeggia alcuna feste come il Ramadan e, pur essendo musulmano, si avvale comunque dell’insegnamento della religione cattolica nella nostra scuola. E questo perché, mi ha spiegato, “in fondo l’islam e il cristianesimo hanno la stessa origine e imparare cose nuove va sempre bene”. Una mente molto aperta, quella di questo ragazzo, che accetta il fatto che gli altri siano di un’altra religione e vive serenamente questa sua “diversità”. A questo punto, gli ho posto un’altra domanda, che secondo me è la più importante dell’intervista:

-Tu ti senti più italiano o più albanese?

La sua risposta mi ha fatto riflettere. Mi ha risposto: –Metà e metà. Gli ho chiesto perché e lui mi ha spiegato che da un lato si sente legato all’Italia, perché è nato qua e quindi ci si sente legato dal punto di vista “fisico”; d’altra parte, ha un fortissimo legame con l’Albania perché i suoi genitori vengono da lì e anche perché la sua famiglia mantiene alcune tradizioni albanesi, come ad esempio la religione musulmana che là è la più diffusa. Klevis è, inoltre, cittadino albanese, nonostante sia nato in Italia e questo, mi hanno spiegato, dipende dal fatto che nel nostro paese non vige lo “ius soli”, che dà ai bambini nati automaticamente la cittadinanza. La questione, da anni, è in discussione in Parlamento, senza che si riesca a trovare una soluzione che in altri paesi hanno già trovato.

-Quando finirai le medie e le superiori, continuerai gli studi qua in Italia, o andrai in Albania?

Lui mi ha risposto in modo particolare, ovvero che vorrebbe fare l’università qua in Italia, ma andare a lavorare in Albania, per dare un aiuto alla sua terra. Nella sua risposta mi ha spiegato pure cosa avrebbe voluto fare da grande e mi ha detto una cosa che mi ha stupito, cioè che vorrebbe fare l’imprenditore nel campo della robotica. Fin qui, niente di strano, a parte il fatto che io, da grande, vorrei fare l’ingegnere robotico! Dopo aver scherzato sul fatto che un giorno potrebbe assumermi, abbiamo ripreso l’intervista.

Cosa facevano tuo padre e tua madre prima di venire qui in Italia?

-Mio padre faceva il “carico e scarico merci” in una ditta, mentre mia madre lavorava in una sartoria.

-Ora come si sono sistemati?

-Mio padre fa anche qui lo stesso lavoro, mentre mia madre è casalinga.

-Ha avuto difficoltà nell’inserirsi?

-Diciamo che è passato qualche mese prima che trovasse lavoro, ma dal punto di vista sociale si è integrato subito.

La storia di Klevis è una storia particolare, una delle tante storie di migranti che vengono in Italia a cercare un lavoro, una stabilità economica o che usano il nostro paese soltanto come ponte verso l’occidente. I migranti non fanno altro che scappare, dalle guerre, dalla fame, dalle epidemie, dalla povertà, per trovare rifugio in altri paesi, a cui potrebbero portare un guadagno, culturale e lavorativo. Gli immigrati sono una ricchezza per la nazione che li ospita. Quando qualcuno mi parla in altri termini dei migranti, io tiro fuori un esempio, di una nazione andata in decadenza per aver scacciato gli emigrati: la Spagna, che a partire dal 1492 ha espulso tutti gli ebrei dal suo territorio, eliminando quindi la parte più attiva della sua società, perché gli ebrei erano in maggioranza artigiani, mercanti o banchieri.

Gli immigrati dovrebbero essere percepiti non come una minaccia, ma come una risorsa per il paese che ha la fortuna di accoglierli.

Flavio Scollo.

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