Il prodigio della mezzanotte

Avete mai avuto la sensazione di non sapere cosa fare di voi stessi? Di sentirvi in dovere di inserirvi in un mondo in fermento, dove le battaglie politiche si colorano di vite spezzate, i desideri si accendono e le speranze vengono subito dopo spente? Ecco, questa è la sensazione che annoda la gola di Saleem Sinai, un ragazzo musulmano nato a Bombay allo scoccare della mezzanotte del 15 Agosto 1947, giorno in cui l’India otteneva l’indipendenza dai colonizzatori britannici. Una nascita di buon auspicio quindi, a detta degli indovini locali; un bambino simbolo, per il quale la famiglia riceve lettere e per il quale si hanno grandi aspettative.

Noi conosciamo Saleem appena trentenne, eppure già vecchissimo e consumato, con crepe che gli attraversano – letteralmente! – il corpo, in veste di protagonista e narratore della sua storia personale ne I figli della mezzanotte (1981), romanzo-mattone recante la firma di Salman Rushdie. Questi è un Signor autore, originario di Bombay ma da tempo uomo della globalizzazione, che con i suoi romanzi s’è guadagnato citazioni in tribunale e più notoriamente un fatwa, ovvero una sentenza di morte, da parte dell’ayatollah iraniano Khomeyni. Nella fantasia di Rushdie i bambini nati durante tutta la mezzanotte di quel fatidico giorno hanno ricevuto poteri speciali, da supereroi quasi. E Saleem, nato proprio nel momento in cui le due lancette si sono sovrapposte, ha ricevuto in dono il potere maggiore: quello di accedere alla mente delle altre persone, di essere una sorta di radio umana in grado di captare migliaia di frequenze.

Di conseguenza, il suo racconto non è soltanto la propria esperienza messa su carta ma un fluire isterico di avvenimenti che si riversano in maniera continua nel serbatoio della sua mente: è la storia della sua famiglia musulmana nell’India a maggioranza induista; del nonno kashmiro malvisto perché aveva studiato medicina in Germania, il quale si innamorò di una paziente che, per motivi di ‘decoro’, poteva visitare solo attraverso il buco di un lenzuolo, perché possiamo sì curarla con i metodi occidentali ma insomma! siamo ancora persone per bene; è la storia della popolosissima India di Jawaharlal Nehru e Indira Gandhi e allo stesso tempo quella del Pakistan, la “terra (-stan) dei puri (Pak)” creata in nome dell’islam; delle sventagliate di proiettili e delle grandi leggi di stato. Nel romanzo si trovano insomma settant’anni di vicissitudini politiche e di passioni umane affastellate in una narrazione che sì, è condotta da un singolo, vanesio e talvolta inaffidabile narratore, ma che vuole farsi carico di decine di punti di vista.

Alla luce di un neon, scrivendo con la consapevolezza di essere in fin di vita, Saleem ripercorre i suoi giorni, raccontando di come il potere datogli dalla mezzanotte abbia contrassegnato la sua esistenza. Allo stesso tempo egli dipana una dopo l’altra le vite di tutti coloro che hanno incrociato il suo cammino, fisico e mentale, e col fuoriuscire delle parole viene tessuta la storia di quel paese che insieme a Saleem era nato e insieme a Saleem era andato in cerca di una identità. Il narratore non vuole avere remore e così unisce ai ricordi intime riflessioni, brandelli di giornali, espressioni ricorrenti dei propri familiari, riferimenti al profeta Maometto così come a Cristo o alle triadi induiste, ossia i tre aspetti con le quali le divinità indù si manifestano. E intanto ciò che leggiamo si allunga e si stringe come una fisarmonica, creando significati e ricamando convergenze. Beh, questo spiega perché I figli della mezzanotte supera le seicento pagine.

Ma perché un giovane di buona volontà dovrebbe immergersi in cotanto guazzabuglio? Peraltro gravitante attorno a vicende così distanti – l’India, e chi c’è mai stato? –. Perché? Per gustarsi un po’ di esotismo facile? Nah, se si vogliono diamanti, elefanti e maharajah basterebbe un bel Salgari, come La montagna di luce (1902) o qualcosa di più sentimentale, tipo La grande pioggia (1932) di Louis Bromfield. Allora perché? Per eclettismo e voglia di mettersi alla prova con qualcosa di più originale? Anche. Leggendo I figli della mezzanotte troviamo un arazzo mastodontico, ricco di colori, tanti quante sono le spezie, gli dèi e le sfumature di pelle di quell’enorme trancio di terra; comprendiamo quel senso di fatalismo che permea il pensiero degli anziani, che esala dai nomi delle città e da quelli personaggi; scopriamo sfaccettature delle città omesse dalle brochure; diamo a certe parole estere un peso maggiore. Tuttavia, il vero perché sta nel fatto che la letteratura assume valore quando tira in ballo temi universalmente validi, estrapolabili dal loro contesto e applicabili alla vita di ognuno. I cosiddetti classici, antichi o contemporanei che siano, sono quei libri destinati a non scadere – o ad avere una scadenza molto prolungata quantomeno – e che letti anche dopo cinque o cinquant’anni hanno ancora qualcosa da dirci. I figli della mezzanotte, classico della letteratura inglese o anglo-indiana, ci fa conoscere un individuo che a fronte delle grandi aspettative ha difficoltà a trovare la sua strada in mezzo a tutti quegli indizi che gli parlano di destino, tra quelle lotte intestine presenti nella sua famiglia, nella sua nazione, nella sua mente. L’ironia inglese accompagna il fascino per il destino indiano, e Saleem sonda l’esuberanza della vita per cercare di capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, per sé e per il suo paese: relativizza la verità che gli vengono proposte da religioni e stati, cercando di costruire la propria attraverso la mole immensa dei suoi ricordi e il suo prodigioso potere.

E voi, avete già limpidi nella mente il vostro ruolo e la vostra verità?

Fabio Damico

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