Università di Medicina: il sistema italiano a confronto con quello francese

Molte volte durante il mio percorso di studi ho sentito il peso di una profonda frustrazione nel memorizzare cose che mi sembrava un’assurdità dover ricordare: i minuziosi dettagli di una infinità di farmaci di cui forse solo un decimo ho visto prescrivere (trattasi di prescrizioni del medico di famiglia ai miei parenti), la descrizione dettagliata di interventi su un piano rimasto visionario, la minuziosa spiegazione di certe lesioni al vetrino o all’imaging osservate soltanto sui libri e sui quali è provato poter ricavare ottimi disegni per bambini unendo i puntini.

In tali circostanze ho condiviso tanta amarezza con alcuni colleghi e, insieme a loro, con cieca devozione ho sempre risposto allo sforzo che ci era richiesto. Eppure, un pensiero tormentante non mi ha mai lasciata: essere sottoposta a fare il massimo sforzo per ottenere il minimo risultato. Se alla fine dei conti studi malattie di cui non hai mai conosciuto un malato, tutta la grande mole di teoria potrebbe avere difficoltà a sedimentarsi in quei famosi cassetti che, i più grandi ed esperienti di te, dicono saranno sempre utili in futuro.

In questi mesi del mio ultimo anno universitario ho la possibilità di frequentare i corsi di lezione dell’Università francese Descartes a Parigi; dal confronto con un sistema differente – ma non per questo sempre più facile del nostro – nasce questa breve riflessione che spero possa tornare utile ai futuri medici e non solo. Faccio una precisazione: non avendo conosciuto direttamente la modalità di svolgimento dei primi tre anni – in cui non si affrontano le patologie cliniche e chirurgiche ma si forniscono conoscenze di base (istologia, anatomia, fisiologia etc), non dirò nulla circa questa prima parte d’istruzione alla Facoltà di Medicina parigina. Quello che di seguito leggerete è frutto della mia esperienza attuale qui e del confronto con altri italiani con cui mi sono ritrovata a condividerla.

Partiamo da qui: le lezioni alla facoltà di Medicina in Francia non sono a frequenza obbligatoria. Ciò significa che gli studenti hanno molta autonomia e che gli insegnanti sono sottoposti a una certa tensione nel preparare lezioni interessanti che invoglino alla presenza almeno una buona decina di ragazzi. Gli studenti sono a conoscenza – fin da quando viene pubblicato il calendario delle lezioni – di quale argomento sarà trattato di volta in volta: se in Italia ci si limita ad indicare le materie da seguire il lunedì mattina, qui si specifica anche l’argomento che di quelle materie, quel giorno specifico, verrà affrontato. Questo da un lato assicura che il programma sarà svolto interamente – rispettando in modo serio la programmazione degli argomenti – dall’altro permette agli studenti di studiare a casa l’argomento di cui a lezione si parlerà. Questo ultimo elemento è fondamentale: in Francia non si assiste a lezioni di spiegazione teorica dell’argomento, partendo dalla eziologia di una malattia e seguendo con la sintomatologia, la diagnosi e il trattamento, ma si affrontano casi clinici. Una lezione francese non inizia con la formula “Oggi parliamo di questa patologia”, ma inizia con “Caso clinico numero 1: siete di fronte a una ragazzina di 12 anni con una massa a livello addominale e febbre. Cosa facciamo?”. Se non si ha già uno studio personale alle spalle, non si potrà certo essere in grado di stare al passo con il ragionamento diagnostico a cui il prof sottopone.
Anche gli esami, rigorosamente scritti e a quiz, sono la risoluzione di casi clinici: nessuno mai chiederà, come nei pochissimi esami scritti italiani, la definizione teorica di una patologia, piuttosto come ci si orienta di fronte a certi dati clinici e radiologici. Di esami orali, come immaginerete, neanche l’ombra.

Veniamo adesso alle mie personalissime considerazioni. Il sistema di insegnamento francese è migliore di quello italiano? Sotto alcuni aspetti.
Se da un lato, infatti, i ragazzi sono abituati ad essere più pronti ad affrontare la quotidianità a cui andranno incontro, dall’altro il rischio è lasciare loro delle carenze: ogni esame a quiz che si rispetti, infatti, ha una fonte di database a cui attingere e da cui imparare le risposte.
L’altra nota che va fatta è che ogni caso clinico che viene esposto a lezione, sapendo già quale argomento si affronta in quella specifica giornata, avrà sempre e solo quella diagnosi di malattia: il ragionamento è in qualche modo falsato, si sa già che si tratta di un caso clinico di quella patologia.

Sicuramente, è certo, quello francese è uno studio più stimolante, che porta a confrontarti con la pratica e a plasmare la teoria su questa. Ritengo, però, che se il sistema italiano facesse uno sforzo a confrontare i ragazzi con la vera realtà ospedaliera, sarebbe davvero un’eccellenza. Purtroppo, spesso, piuttosto che educare menti accese e brillanti al ragionamento si educano sacchi a riempirsi e a svuotarsi passivamente di nozionismo, che resta come chewing gum appiccicata alla sedia di un’altra ennesima noiosa spiegazione.

Probabilmente gli insegnanti che fino ad ora ho incontrato lungo il mio percorso hanno dato quello che all’epoca hanno ricevuto: per questo confido molto nella mia generazione – quella degli Erasmus e non solo – che potrà, domani, importare il meglio per garantire che non solo in cucina il marchio made in Italy rappresenti una garanzia.

Alessandra Di Nora

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