Cerere e Morgantina: il riflesso della Sicilia

Rifletto, in una comune aula studio del Monastero dei Benedettini, sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche a Catania, subito dopo aver superato un esame. È stupefacente come un evento simile possa rivelarsi tanto formativo: ti dà diverse occasioni per ponderare su argomenti a cui altrimenti non avresti pensato; ti lascia qualcosa, dunque, che travalica i ristretti confini temporali dell’esame stesso(un colloquio che dura al massimo un’oretta).

Sono seduto, circondato da ragazzi che ripetono, discutono o guardano semplicemente il cellulare, come me. Scorrendo tra la home di Facebook, mi trovo a rileggere un post di un mio amico: parla di una curiosa statua di Cerere situata proprio a Catania, in piazza Cavour, di fronte a una chiesa dedicata alla Vergine. Perché curiosa? Perché in quel contesto ci aspetteremmo una scultura di significato devozionale, cristiano, magari dedicata proprio alla Madonna. E invece Cerere. Scorrendo ancora scopro che la statua, realizzata intorno agli anni Cinquanta del Settecento (dunque tutt’altro che antica), era originariamente sistemata in Piazza Università e, soltanto in un secondo momento, trasferita dove si trova attualmente.

In breve, cosa spinse i catanesi a realizzare questa statua? La superstizione. La Sicilia viveva un periodo di gravi carestie e il Senato della città, in accordo con la popolazione, decise di erigere questa scultura. Particolare fu proprio la scelta di un’antica divinità pagana e non la Vergine o magari Sant’Agata, la santa protettrice di Catania. La paura e la disperazione per l’avvenire agirono da catalizzatori, orientando i catanesi al recupero di una vecchissima tradizione siciliana.

Il culto di Cerere nell’antica Sicilia era molto sentito perché la divinità era custode della fertilità e del buon raccolto. Tutto rimanda lì, al raccolto, dunque all’agricoltura. Il settore cardine di questa bellissima terra. Non tutti sanno infatti che le divinità protettrici della terra e dei suoi frutti erano particolarmente considerate e il loro culto diffusissimo in tutta l’area mediterranea. Kore e Demetra, in particolare, compaiono in molti manufatti o reperti archeologici: a Catania o nei pressi ne sono stati ritrovati moltissimi. Proprio questa cultura o tradizione ha condotto gli studiosi a individuare nella dea di Morgantina una tra le due divinità.

La storia del reperto ritrovato nei pressi di Aidone, tra gli anni settanta e ottanta, è molto tormentata e negli ultimi giorni è al centro dell’attenzione mediatica e non per la volontà della Regione Siciliana di trasferirla in un’altra sede museale. È una storia complessa che merita di essere conosciuta. La statua fu trafugata dal sito archeologico di provenienza – Morgantina, appunto – o meglio, si trattò di uno scavo clandestino, ovvero non approvato dalla soprintendenza del luogo che pure lì aveva effettuato diverse campagne di scavo. La statua comparve successivamente in Svizzera e poi acquistata dal J.P. Getty Museum di Los Angeles.

Allo stato attuale delle cose le leggi impongono a qualsiasi istituzione museale una fase di ricerca e studio preliminare a ogni tipo di acquisizione. Non possono essere comprate opere o reperti precedentemente prelevati illegalmente. Il museo statunitense ha infatti avviato dei contatti con l’Italia, chiedendo se il suddetto reperto fosse stato trafugato da qualche museo locale. In questo caso entrano in gioco le sottigliezze: la statua era sì stata trafugata, ma non da un museo di provenienza bensì dal luogo di scavo.

Soltanto recentissimamente, grazie ai lavori dell’equipe del Prof. Alaimo, la scultura è tornata in patria, nel suo territorio di origine (Convenzione del 2007). La vicenda si è rivelata doppiamente positiva perché, non solo ha permesso alla Sicilia di riottenere un simbolo della propria storia e delle proprie tradizioni, ma anche perché ha siglato una nuova ed efficiente collaborazione tecnica e accademica tra il Getty e il museo archeologico di Aidone. Il museo di Los Angeles ha costruito un complesso macchinario su cui sistemare la dea per evitare ogni imprevisto durante il trasporto e prevenire qualsivoglia danno causato da sollecitazioni del terreno.

Come si è riusciti a provare che la statua proveniva da Morgantina? L’equipe diretta da Alaimo, dell’Università di Palermo, ha constatato la provenienza del tufo su cui è stata scolpita l’opera: un materiale antico proveniente dall’area iblea, non molto distante da Morgantina. Gli USA hanno dovuto riconoscere l’intensa correlazione tra la dea e la Sicilia, in particolare Morgantina e Aidone. Non hanno però potuto non constatare la cultura e le tradizioni che l’opera rappresenta, quelle di un’isola, di una terra che non ha mai reciso i suoi legami con il passato. Quella che, inizialmente fu definita probably Afrodite rappresenta o, meglio, è parte di quel percorso che ha condotto alla sostituzione delle divinità del pantheon pagano con quelle cristiano-cattoliche. Ciò che rimane sono le tradizioni e il costume di un’intera società, le componenti principali che segnano la cultura di un popolo.

Pensare di spostare nuovamente un’opera come quella di Aidone, in considerazione dell’importanza suddetta, comporta seri pericoli in quanto non solo si priverebbe un territorio di una bellissima porzione di storia, ma si rischierebbe di compromettere l’esistenza stessa e la solidità di un reperto tanto antico quanto fragile. Le voci di dissenso sono tanto significative quanto autorevoli: il professore emerito dell’University of Virginia, Malcolm Bell, ha scritto una lettera indirizzata alla direttrice del polo di Piazza Armerina col fiducioso intento di evitare un’operazione che rientra solamente entro un’ottica di economia e marketing. In breve, l’intento è quello di scuotere le coscienze: vale la pena rischiare la perdita di un’opera per ottenere degli utili derivanti dalla visita dell’opera stessa? La risposta del mondo accademico, ogni volta che si ripropone questo dilemma, è unanime. Tuttavia, il mondo politico non sembra preoccuparsene minimamente.

Andrea Mattia

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