Diario di una visita al campo di Amersfoort

In occasione del giorno della memoria sento di raccontare le emozioni vissute alla visita del campo di Amersfoort, nei Paesi Bassi. Posto poco segnalato ai visitatori, non è una tappa consueta di chi poco tempo si ferma a visitare il Netherlands. Il luogo rappresenta però una importante memoria storica e racconta, tramite un museo, i punti salienti della triste pagina dell’Olocausto della nazione. Come molti altri fu totalmente distrutto alla fine della guerra, ma alcuni segni tangibili non poterono negare ciò che lì si era consumato.


Oggi resta un percorso tracciato sulle linee di un filo che ricorda quanto accadde. É un posto trafitto dal verde: la natura è tornata ad abitarlo tentando, con le lunghe piogge autunnali, di purificarlo dal dolore che l’uomo causò. La purezza dell’aria che si respira soffoca l’anima alla presa di coscienza del numero di vittime che proprio lì si consumarono.
Mi sono chiesta, passo dopo passo, se il rumore degli spari allontanò ogni forma di vita animale o se invece i prigionieri potevano ancora ascoltare un canto di libertà tra i rami. In pochi altri posti esiste un silenzio tanto intriso di domande.

Parte della storia che scelgo di ripercorrere con voi mi è stata raccontata dal signor Paul, un volontario della Fondazione Amersfoort Kamp dell’età di 89 anni e dall’inglese invidiabile. Paul mi diceva che raccontare gli anni della Grande Guerra e dello sterminio spaventoso degli ebrei è un modo, l’unico, per perdonare a se stesso il senso di colpa di essere stato poco attento, poco vigile, poco sospettoso durante gli anni dello sterminio. Così, il tempo che a quel luogo dedica dagli anni della pensione lo aiutano a rintracciare nell’universo una certa armonia.

I Paesi Bassi, più di ogni altro territorio occupato, videro uno dei più alti livelli di collaborazionismo durante l’olocausto. Il 75% degli ebrei del paese furono uccisi durante il conflitto, una percentuale molto più alta di altri paesi occupati paragonabili, quali Belgio (29%) e Francia (21%). Questo è da ascrivere a due ragioni: la prima riguarda l’ottimo stato del registro di censimento olandese, che permise facilmente ai nazisti di risalire a chi aveva origini ebraiche. La seconda è data dal fatto che i tedeschi furono meno spietati con gli olandesi rispetto agli altri paesi occupati, specie nei primi anni, perché li consideravano degni fratelli ariani. Come Paul mi sottolineava, era impensabile per loro che i nazisti potessero arrivare a tanto.

Nei Paesi Bassi la resistenza attiva fu portata avanti da una piccola minoranza che crebbe nel corso dell’occupazione; la conformazione del territorio, la mancanza di montagne e la densità di popolazione resero però difficile nascondere ogni attività illecita. I tedeschi, con la cooperazione della polizia dei Paesi Bassi, deportarono la popolazione ebraica nei campi prima di transito e poi di lavoro. Prima della partenza per l’Est, coloro che erano destinati alla deportazione venivano temporaneamente concentrati nel campo di Westerbork, nell’Olanda orientale.

Proprio a Westerbork si colloca la storia dell’olandese Jona Oberski, autore del romanzo autobiografico “Anni d’infanzia. Un bambino nei lager”. A due anni, Jona e la sua famiglia lasciano la Germania nazista per stabilirsi nei Paesi Bassi. Lì viene però deportato con i genitori nel campo di concentramento di Westerbork. Perde il padre di stenti e successivamente la madre per malattia. Si salva diretto su un treno per Auschwitz quando un bombardiere russo, colpendo il vagone dei soldati, fa deragliare il treno che trasporta circa cinquecento prigionieri.

L’oblio e l’orrore vanno conosciuti, studiati e analizzati. Nessuno mai potrà rispondere a come ciò che è avvenuto sia stato possibile, ma la memoria è l’arma più forte per combattere la paura dell’uomo per l’altro uomo. Paul non leggerà questo pezzo, ma in piccolissima parte la sua missione con me è raggiunta: raccontare, spiegare, ricordare perché ciò non riaccada più.

Alessandra Di Nora

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