Giornalismo 2.0: un complicato equilibrismo tra etica ed algoritmi

Se un vetro nero rotto richiama ormai un angosciante immaginario relativo agli incalzanti progressi tecnologici, l’ultimo stadio di Internet – ovvero quello dei social network sites – porta con sé implicazioni non meno gravose: il web partecipativo ci ha inghiottito in un flusso di contenuti, che non sempre rispondono alla definizione di “informativi”.
Far sapere qualcosa a qualcuno nell’era 2.0 è operazione all’ordine del giorno: in molti affermano che si tratti di “overload informativo”, visto che grazie ai social network siamo diventati tutti newsmaker.

Riflettendoci, questa sovraesposizione non sembrerebbe circoscritta alle sole informazioni, estendendosi invece anche alle emozioni: quelle dei contatti della nostra rete. Potremmo chiamarla “post-verità” o, come qualcuno ha opportunamente suggerito, “verità dei post”: al tramonto del modello gerarchico top-down della propagazione delle notizie, chi sceglie di informare per professione si fa carico d’essere algoritmo – squisitamente umano – di discernimento.

Scoprendoci lettori compulsivi di opinioni sulle informazioni, è legittimo parlare di “feelings overload”: leggiamo quasi solo contenuti sapientemente filtrati da un algoritmo che già ci conosce; li condividiamo perché ci (com)piacciono.
E non ci contraddicono.

Non c’è tempo per il fact-checking: largo a stupore, pregiudizi e odiatori seriali, avidi e ciechi divoratori di fake-news e bufale. Secondo il 12° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, Facebook deterrebbe il primato tra le fonti utilizzate dai giovani in Italia per informarsi: moltissime notizie sono quindi filtrate da questa piattaforma, e altrettanti articoli vengono pensati in ottica di condivisione social.

Se le testate giornalistiche cartacee ci hanno risparmiato per decenni la battaglia all’ultimo click alle microscopiche “x” di chiusura dei banner, è anche vero che i modelli economici clickbaiting e mainstream non sono le uniche vie di sostentamento praticabili dalla stampa digitale: di fronte ad una tangibile carenza etica da parte di chi dovrebbe fare informazione, salvaguardare qualità e originalità di un contenuto deve essere la prerogativa del giornalista 2.0. Se ciò avvenisse, s’innescherebbe un processo di fidelizzazione meritocratico, anche se a costo di tempi più lunghi. E perché non tentare la via del native advertising? Accanto ad articoli puramente informativi, la testata giornalistica ne accosterebbe altri dichiaratamente pubblicitari che farebbero da vetrina agli sponsor del giornale stesso.

Allo stato attuale, è imperativo fare i conti anche con il medium informativo: la lettura è passata dalla carta, al desktop, ed infine, al display dei dispositivi mobili. Gli articoli devono quindi essere strutturati secondo i dettami di leggibilità e fruibilità: suddivisione in paragrafi, brevi titoli di appiglio, rispetto dei criteri per la SEO, inserimento di parole chiave, evitare il “copia e incolla”.

Insomma, chi fa informazione oggi non può limitarsi a comunicare i fatti. Il giornalista deve innanzitutto essere punto di riferimento: sia per la formazione e l’esperienza che porta con sé, sia per i contenuti pubblicati. Getti le basi per costruire fiducia intorno alla propria figura, nonché verso la testata che egli rappresenta. Quest’ultima deve d’altronde fare del proprio meglio per adottare strategie economiche che non inficino sulla qualità dell’informazione di cui è divulgatrice. Lo scrittore non dimentichi che si rivolge ad un pubblico non sempre e non necessariamente specialista: rifugga, laddove possibile, da un dialogo unilaterale sullo stile degli -isti.

Si comunichi quindi un’informazione che non si possa dire asettica, cercando di mantenere alti gli standard qualitativi ed etici, sperimentando strategie economiche che non prescindano dalle reti sociali virtuali, ma che non dimentichino altresì i diritti –tutti reali– del lettore.
Né le istanze di chi sta dietro la tastiera.

Francesca Sortino

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