La democrazia italiana è in pericolo

Ci sono due notizie, una cattiva e una buona. Cominciamo con la prima: sì, la democrazia italiana è in pericolo. L’attentato di Macerata ha colpito l’opinione pubblica per la sfrontatezza con cui è stato commesso, tuttavia è solo l’ultimo di una lunga scia di violenze crescenti da parte dell’estrema destra (qui una mappa costantemente aggiornata)

Non sarà di certo Luca Traini a destabilizzare la Repubblica, ma le reazioni all’evento offrono una cartina di tornasole dei rischi che stiamo correndo. E non mi riferisco solo al benaltrismo del centro-destra, anche quello teoricamente moderato, che ha alzato la posta in gioco (“cacciamo 600 mila immigrati”) e derubricato Traini ad un folle senza moventi politici (nonostante il tatuaggio di Terza Posizione, il saluto romano e la copia del Mein Kampf in casa). Un bel fardello infatti se lo portano dietro anche Pd e M5s con i loro tiepidi inviti a non strumentalizzare, nel mezzo di una campagna elettorale in cui tanto Renzi quanto Di Maio giocano a chi è più moderato. Una grossa responsabilità l’hanno i media, che ormai da tempo offrono microfono aperto (e legittimazione) ai leader fascisti in nome di un peloso pluralismo politicamente corretto (o più modestamente perché i pollai televisivi fanno share).

Navighiamo in cattive acque, insomma. La buona notizia però è che la Repubblica in passato ha dimostrato di saper reggere tensioni molto più forti. Veloce carrellata: nel 1967 fu reso noto un tentativo di golpe ordito tre anni prima dal comandante dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo. Nel 1970 a riprovarci fu Junio Valerio Borghese, ex ufficiale della Repubblica di Salò. Nello stesso anno a Reggio Calabria esplose una violentissima rivolta per questioni campanilistiche (la scelta del capoluogo della Calabria) che coinvolse in rapporti poco limpidi la Dc locale, i neofascisti del Movimento Sociale Italiano e la ‘ndrangheta. Alle elezioni del 1972 il Msi raggiunse il massimo storico (8,6%), in corrispondenza con l’ascesa delle violenze squadriste. Intanto cominciava la lunga stagione delle bombe di Stato (o almeno dei suoi settori più reazionari), a partire dalla strage di Piazza Fontana nel dicembre 1969. D’altra parte anche all’estrema sinistra nascevano sigle che conducevano apertamente la lotta armata: Brigate Rosse, Prima Linea e Nuclei Armati Proletari tra tutte. Nel 1977 al fuoco incrociato delle violenze si aggiunse l’esplosione del malcontento giovanile per la crisi economica e il fallimento delle idee rivoluzionarie che avevano animato il Sessantotto. La chiosa finale fu il clamoroso delitto Moro nel 1978.

Eppure la nostra democrazia, per quanto malandata, è ancora qui. Ma attenzione, ciò non significa che dobbiamo dormire sugli allori. Se la Repubblica sopravvisse agli anni Settanta fu grazie a delle precise scelte politiche. Quali?

Sicurezza. Nella seconda metà degli anni Settanta, le forze dell’ordine furono riorganizzate da cima a fondo: più coordinamento tra polizia e carabinieri, ammodernamento degli equipaggiamenti, smilitarizzazione, aumento degli organici e degli stipendi. Tra il 1975 e il 1980 vennero emanate le cosiddette “leggi speciali” sull’ordine pubblico, che inasprivano le pene per i reati di natura politica e aumentavano la discrezionalità degli agenti nelle perquisizioni e nell’uso delle armi.

Riforme. Questo aspetto è ancora più importante. Probabilmente il decennio 1968-’78 fu il più progressista nella storia d’Italia: le Regioni elettive, lo Statuto dei lavoratori, i referendum, la nascita degli organi democratici nella scuola, nei quartieri e nelle fabbriche, il divorzio, l’equiparazione tra marito e moglie nel diritto di famiglia, l’apertura del terzo canale Rai, la scala mobile (ossia il meccanismo automatico che adeguava i salari al costo della vita), l’equo canone per contrastare il caro-affitti, l’abolizione dei manicomi, l’aborto e, dulcis in fundo, il Sistema Sanitario Nazionale. A scapito di quelle interpretazioni (comuni già allora) che vorrebbero i partiti degli anni Settanta arroccati sulla difensiva e distanti dalle esigenze dei cittadini, in realtà le forze politiche furono capaci di recepire molte delle nuove energie che provenivano dalla società civile. Anche oggi avremmo bisogno di spostare avanti la soglia dei diritti e della democrazia, sarebbe il più efficace rimedio contro la marea dell’odio. Invece Pd e M5s si azzuffano per conquistare il centro. E dire che erano nati per rappresentare rispettivamente la sintesi dei progressismi e la democrazia diretta. Come si cambia col tempo, eh?

Isolare gli anti-democratici. Le organizzazioni armate dell’estrema sinistra negli anni Settanta non sarebbero potute sopravvivere se non avessero trovato terreno fertile in cui radicarsi. I nuclei lottarmatisti erano relativamente piccoli, mentre la maggior parte dei gruppi extraparlamentari era formalmente contraria all’uso della violenza politica. Tuttavia questi ultimi preferivano non opporsi apertamente ai primi, per non creare fratture e perché in fondo il comune nemico era la borghesia. Tuttavia grazie a questo atteggiamento i lottarmatisti acquisivano legittimità morale e nuove reclute, pescate in gran parte proprio tra militanti extraparlamentari che si radicalizzavano. Al contrario, il Partito Comunista Italiano si dissociò fin dal primo momento e collaborò con gli apparati statali per difendere l’ordinamento costituzionale. Già quello fu un importante argine che limitò la crescita del “partito armato” (soprattutto nelle fabbriche). Non a caso il declino della lotta armata cominciò quando essa si alienò ogni residua simpatia a causa dell’uso sempre più spregiudicato delle armi, nel 1978-‘80. Forte di questa lezione, oggi la destra istituzionale dovrebbe avere coraggio e civiltà, isolando CasaPound, Forza Nuova, naziskin e cani sciolti vari senza se e senza ma. La vedo difficile, con i personaggi che si ritrova.

Non è mai tardi per imparare dalla storia. Mutatis mutandis, nei momenti decisivi la democrazia si difende sempre con scelte radicali.

Samuel Boscarello

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