Interviste Impossibili: Franz Kafka

Abbiamo il piacere di avere con noi uno dei più grandi scrittori e dei maggiori rappresentanti della letteratura tedesca che con la sua penna ha narrato le angosce, le paure e le inquietudini dell’uomo novecentesco. Sto parlando per l’appunto di Franz Kafka. Benvenuto, signor Kafka.

La ringrazio per le belle parole. È strano sentirle dire dopo tanto tempo.

Signor Kafka, le angosce di cui parla nelle sue opere sono le stesse del Duemila?

Certo. Un secolo dopo viviamo ancora tutti dentro questa grande Macchina-Stato fatta a sua volta di piccoli ingranaggi perfettamente sostituibili l’un l’altro. Anzi, le angosce di ieri si amplificano oggi al massimo grado. Posso farle un esempio?

Naturalmente.

Prenda Gregor Samsa, il protagonista della mia opera “La Metamorfosi”. Lui è un uomo che non vive per se stesso ma per gli altri. Ha un lavoro che gli leva il sonno, eppure continua a farlo per la famiglia, per la sorella a cui in fondo vuole bene. Una mattina però Samsa si sveglia di colpo… trasformato in un insetto. Questo cambia radicalmente il modo in cui viene visto: fin quando lavorava e sottostava agli ordini era bravo, avvenuto il cambiamento risulta invece orribile agli occhi di tutti, persino della sua famiglia. Oggi non accade forse la stessa cosa? Chi non si adegua alle regole di questa società assurda viene emarginato.

A volte leggendo le sue opere mi viene in mente un film molto noto di Charlie Chaplin che si intitola “Tempi moderni” proprio perché i suoi personaggi sembrano essere degli automi alienati dalla società, dal lavoro, insomma sembra esserci tanta allegria nei suoi racconti.

Vedo che lei ama scherzare, questo mi fa piacere. Devo ammettere che la sua osservazione non è sbagliata, molti miei personaggi però non si arrendono al mondo pieno di ingiustizie in cui vivono, ne sono profondamente tormentati. Dentro di sé valutano e rivalutano le contraddizioni del mondo esterno, e questo nonostante sappiano che eventuali azioni andrebbero incontro a un fallimento.

Non a caso il termine “kafkiano” è usato per indicare esperienze frustranti e paradossali che accadono però di norma e di frequente. La burocrazia italiana, per esempio, è molto kafkiana.

Ma non solo quella. Ciò che rende uno scenario “kafkiano”, come dice lei, non è solo l’assurdità della burocrazia, ma il modo in cui le persone si adeguano all’insopportabile teatro della società. Vede… la questione non è semplice… le farò un esempio per spiegarmi meglio. Ne “La Metamorfosi” Samsa si sveglia e si ritrova trasformato. La sua preoccupazione è quella di arrivare puntuale a lavoro, tuttavia ne risulta chiaramente impossibilitato. Molti problemi non vengono semplicemente da fuori, bensì da dentro, da quel profondo che è così suggestionabile e allo stesso tempo difficile da comunicare.

Ma quindi ciò che ne risulta da fuori è un po’ come se ci fosse una tirannia senza tiranno?

Diciamo di sì. La colpa è del potere, che ha una strana capacità: sfrutta chi lo subisce, ma anche chi lo esercita. In una mia opera parlo del Dio Nettuno. È potentissimo, no? Eppure il suo compito di governare i mari lo rende talmente oppresso dal lavoro burocratico che non riesce mai a navigare o a nuotare.

Il potere logora chi non ce l’ha… e anche chi ce l’ha, quindi?

Già. Io ho molta simpatia per gli anarchici, perché hanno capito che per costruire una società meno assurda bisognerebbe cancellare il potere in tutte le sue forme: quella dello Stato, del denaro, delle gerarchie sociali. Forse è per questo che vengono derisi da tutti. Gli stolti deridono sempre chi ne sa più di loro.

In ultimo, secondo lei, la società di oggi, capitalista, ossessionata dal lavoro e ignara dei problemi delle persone potrà garantirci un futuro solido?

Bisogna lasciare che il futuro possa riposare come deve perché se si affretta più del dovuto si rischia di avere un presente assonnato.

Parole sagge dette da un uomo ancor più saggio.

Rosario Pirotti, Samuel Boscarello e Fabio Damico

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