Interviste Impossibili: Louis Pasteur

Buongiorno signor Pasteur.
Buongiorno a voi.

Lei è considerato il padre della moderna microbiologia. Tutte le sue grandi scoperte sono state realizzate affrontando i problemi più gravi della metà dell’Ottocento, che riguardavano l’agricoltura, l’industria agraria e l’allevamento. Pensa che oggi la ricerca scientifica vada a passo con i bisogni dell’umanità?

Ahimè, solo di una certa umanità. Esistono patologie che non interessano a nessuno perché non generatrici di profitto. La scienza si è lasciata fagocitare dal capitalismo. Si ricerca solo per denaro.

Lei è ricordato soprattutto per lo studio sulla rabbia. Prima di lei si conosceva solo che la saliva di alcuni animali conteneva il virus rabbico e che il male si comunicava con morsi. Ci racconti meglio della sua scoperta.

Beh, io ebbi l’intuizione di creare il primo vaccino contro questa atroce malattia, utilizzando parti di midollo di un coniglio che era morto di rabbia, trattandolo sì da renderlo inattivo. Inoculandolo sotto la pelle dei cani, notai che questi, al contrario di quelli non vaccinati, sopravvivevano.
La mattina del 6 luglio mi fu condotto un bimbo di nove anni, Joseph Meister, morso due giorni prima da un cane rabbioso. Alla vista delle 14 ferite capii che era altissima la probabilità che il bambino morisse di rabbia. Decisi di provare il tutto per tutto per strapparlo da quella morte atroce.
Feci 13 iniezioni in 10 giorni, ognuna più forte della precedente. Il bambino sopravvisse, il trattamento antirabbico funzionava se applicato in tempi rapidi.
Era il 1886, lo ricordo ancora come fosse oggi: davanti all’Accademia delle scienze affermai che, su 350 persone sottoposte al trattamento preventivo, c’era stata effettivamente una sola morte.

La storia che ci racconta è molto commovente. Lei a ragione può anche essere considerato un medico. Del suo racconto mi colpisce l’intraprendenza nel tentare di fare il possibile per quel bimbo, nonostante – saprà bene – è accusato da alcuni di aver compiuto una scelleratezza. Questa accusa calza a pennello con quella che oggi prende il nome di medicina difensiva. Quali sono secondo lei i rischi di un intervento medico che ha paura delle complicanze?

Quello che io feci a quei tempi appartiene a uno spirito che non è più attuale. Purtroppo il rapporto medico-paziente è ora dominato dalla completa sfiducia. Nessun medico vede nel rischio una opportunità, piuttosto soltanto un pericolo. Il dialogo è mediato dagli avvocati e si fa fatica a ristabilire una armonia. Certo, la nuova legge Gelli tenta di migliorare la situazione, ma credo che il problema sia più largamente culturale.

Chi sono i responsabili di questa difficile relazione?

Siamo tutti responsabili e vittime al tempo stesso: i medici, con i loro errori, hanno tradito la fiducia dei pazienti. E dall’altro canto i pazienti, nella società in cui si tenta di speculare su tutto, non perdono l’occasione di guadagnare qualcosa, appigliandosi spesso all’inappellabile. Ma c’è dell’altro: non accettiamo che siamo essere limitati, finiti, pretendendo quindi l’immortalità. Il rapporto tra uomo e morte è stato sempre difficile e lo testimoniano secoli e secoli di letteratura, arte e filosofa. Oggi, però, la società porta credere che ogni cosa sia acquistabile, compresa la vita come bene.

La questione del l’antivaccinismo è di nuovo sotto i riflettori. Lei, padre del vaccino contro la rabbia, cosa ha da dirci?

Fin dall’epoca di Edward Jenner, ideatore del primo vaccino, la questione è stata sempre oggetto di discussione tra sostenitori ed oppositori. Ma la storia insegna che, quando l’obbligo delle vaccinazioni viene meno, numerosissime sono le vittime. Mi sconvolge come, ancora oggi, certe malsane teorie trovino spazio e certi politici che le sostengono così larghi consensi. Potevo giustificare una tale polemica nell’Ottocento, ma sentire oggi tali affermazioni è semplicemente riprovevole.

Si attribuisce a lei in punto di morte l’affermazione che Il patogeno è nulla, il terreno è tutto. Di questa affermazione si sono serviti anche importanti neurologi, uno tra questi è Oliver Sacks che lo cita nel suo libro “Risvegli”. Intanto, appartiene davvero a lei? E cosa voleva intendere esattamente?

La mia affermazione destò stupore perché detta da un fermo sostenitore che a ogni causa abbia origine sempre e solo un certo effetto. Credo che Sacks abbia ben intuito il senso delle mie parole. Quello che capii in punto di morte, sperimentando proprio la malattia, mi sconvolse: noi uomini non siamo passivi nei confronti degli agenti patogeni a cui costantemente, in modo indistinto, siamo esposti. Il fatto che qualcuno sviluppi malattia e qualcuno no, che qualcuno riesca a reagire o a rispondere al trattamento e qualcuno meno o in modo diverso, dimostra che il nostro modo di reagire, la nostra integrità e serenità mentale sono di fondamentale importanza nell’affrontare qualunque cosa. Questo, però, è ben lontano da quello che certi ciarlatani vogliono diffondere: non è solo la mente o lo spirito che possono salvarci. Essi detengono un potere importante, ma diffidate sempre da chi vuole farvi credere che da soli, o con la sola natura o l’armonia interiore, potete affrontare mali terribili come un cancro. A questo messaggio tengo moltissimo e ringrazio di aver avuto la possibilità di tornare in vita solo solo per dirvi questo: alla vostra forza, al vostro coraggio e all’amore di chi vi sta accanto durante la malattia unite la scienza, le cure, la medicina, il sapere razionale.

In conclusione, Signor Pasteur, vuole dire altro ai nostri lettori?

Mi auguro che gli uomini di scienza tornino a essere vicini ai bisogni dell’umanità. E mi auguro che gli uomini possano sempre avere fiducia nella luce della ragione. Buone scoperte a tutti voi. Godete di questa luce finché illuminerà i vostri passi.

Alessandra Di Nora

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