La guerra in Siria: dalle origini allo scoppio del conflitto

La Siria è uno Stato del Vicino Oriente, la cui capitale è Damasco. Confina a nord con la Turchia, a est con l’Iraq, a sud con la Giordania e a ovest con Israele e Libano. Sempre a ovest si affaccia sul Mar Mediterraneo. La sua posizione è strategica perché il suo attraversamento è obbligato se via terra si vuole trasportare all’Europa gas e petrolio dalle regioni dell’Arabia Saudita.

La maggiore etnia è quella arabo-siriana; seguono curdi (9%, a nord-est), armeni e turchi. La lingua ufficiale è l’arabo, ma troviamo anche l’inglese, il francese, il curdo, l’armeno, l’aramaico e il circasso. È garantita la libertà dei culti religiosi, anche se la costituzione prevede che il presidente debba essere di religione islamica. Il presidente in carica adesso, Assad, è sciita, anche se la maggioranza della popolazione (74%) è di fede sunnita. Arabo non vuol dire solo musulmano: troviamo infatti anche cristiani, presenti soprattutto nel nord del paese e aderenti per metà alla Chiesa greco-ortodossa di Antiochia.

Chi sono gli sciiti e chi sono i sunniti? Perché sono in contrasto tra loro?
La diatriba affonda le sue radici nel 632 d.C., l’anno della morte del profeta Maometto, il fondatore dell’islam. Le tribù arabe che lo seguivano si divisero sulla questione di chi avrebbe dovuto ereditare quella che a tutti gli effetti era una carica politica. La maggioranza dei suoi seguaci, che sarebbero in seguito divenuti noti come sunniti appoggiarono Abū Bakr, amico del profeta e padre della moglie Aisha. Secondo gli altri, il legittimo successore andava individuato tra i consanguinei di Maometto, all’interno della Ahl al- Bayt, letteralmente gente della casa. Sostenevano che il profeta avesse designato a succedergli Ali, suo cugino e genero, e diventarono noti come sciiti, una forma contratta dell’espressione “shīat Ali”, i partigiani di Ali.

I sostenitori di Abū Bakr ebbero la meglio, anche se Ali governò per un breve periodo in veste di quarto califfo, il titolo conferito ai successori di Maometto. La frattura in seno all’islam si consolidò quando Hussein, figlio di Ali, fu ucciso nel 680 a Kerbala (nell’attuale Iraq) dalle truppe del califfo sunnita al potere. I governanti sunniti hanno continuato a monopolizzare il potere politico, mentre gli sciiti hanno vissuto all’ombra dello stato, cercando una guida nei loro imam, i primi dodici dei quali discendevano direttamente da Ali. Con il passare del tempo, le credenze religiose dei due gruppi cominciarono a differenziarsi.

Per ciò che concerne l’ordinamento dello Stato, l’attuale costituzione è stata adottata il 28 febbraio 2012 ed ha profondamente modificato la precedente del 1973, che affidava al partito Ba’th un ruolo di guida nella società e nello Stato. La forma dello Stato è repubblicana.

Il Presidente della Repubblica viene eletto a suffragio universale per un mandato di 7 anni e deve essere musulmano. Egli ha il potere di nominare i ministri, i funzionari pubblici e i vertici militari, promulgare le leggi, emendare la Costituzione e dichiarare guerra, legge marziale e amnistia.
Il potere esecutivo è retto da un Primo ministro, mentre il potere legislativo viene esercitato dal Consiglio del popolo, costituita da 250 membri eletti a suffragio universale generalmente ogni quattro anni.

La Siria subisce una serie di dominazioni che le consentono di sviluppare una fiorente civiltà: Ebla ne è il più significativo esempio. La regione è influenzata dapprima dagli egiziani, poi dai babilonesi, dai persiani, dai macedoni e infine, a partire dalla fine del IV secolo a.C., viene sottoposta a un vigoroso processo di ellenizzazione dalla dinastia dei Seleucidi.
Nel VII secolo la Siria viene conquistata dagli arabi e amministrata dalla dinastia califfale omayyade, che fa di Damasco sua capitale e successivamente dalla dinastia califfale abbaside. Il paese viene coinvolto nelle Crociate e subisce l’invasione dei Mongoli.

Il 1517 è una data importante: l’Impero ottomano conquista la Siria. Inizialmente, il dominio ottomano non viene considerato gravoso dai siriani poiché i turchi rispettano l’arabo come lingua dei testi sacri e Damasco diventa il maggior snodo di transito per la Mecca.
Dal 1517 arriviamo, dopo anni e anni di dominazione ottomana, alla Prima guerra mondiale: qui la Siria, oramai stanca, si ribella al suo dominio e schierata a fianco degli Imperi centrali reclama l’indipendenza. Questa, però, resta un’utopia. La Siria è costretta a sottostare a un mandato francese che dura ventisei anni e che le viene assegnato dalla Lega delle Nazioni.

Infatti, il trattato franco-siriano che riconosce l’indipendenza della Repubblica della Siria firmato nel 1936, il cui primo presidente è Hashim al-Atassi, già primo ministro con re Faysal, non viene mai ratificato e la Siria resta di fatti ancora sotto il controllo francese fino alla seconda guerra mondiale.

A guerra finita, nella seconda metà del maggio 1945, a Damasco si consumano dieci giorni di manifestazioni ininterrotte che seguono a un bombardamento di 36 ore: grazie alle pressioni della Gran Bretagna e della neonata organizzazione della Lega araba, a luglio il comando delle forze armate passa in mani siriane. L’indipendenza è riconosciuta ufficialmente a partire dal 1º gennaio 1946 quando le ultime truppe straniere francesi lasciano la Siria.

Il primo Presidente della repubblica indipendente viene eletto nella persona del veterano nazionalista Shukri al-Kuwatli. Segue all’indipendenza un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato, il primo dei quali nel 1949 contro al-Kuwatli che avvenne a seguito della sconfitta nella guerra arabo-israeliana del 1948. La guerra arabo-israeliana del 1948 (per gli arabi al-Nakba, in arabo: النكبة‎, ossia «la catastrofe» ) è il conflitto, compreso nell’ambito dei conflitti arabo-israeliani, che porta allo scontro la componente ebraica della Palestina con la componente arabo-palestinese della stessa regione, appoggiata quest’ultima dalle forze armate di diversi paesi arabi del Vicino Oriente, solidali nel tentativo d’impedire la nascita dello Stato d’Israele. Al-Kuwatli, dopo la sconfitta, riesce a reinsediarsi e vara una politica filo-egiziana.
Nel 1956 Francia, Regno Unito e Israele occupano militarmente il territorio del canale di Suez, ma vengono totalmente contrastati dall’Egitto, Unione Sovietica gli Stati Uniti. Questo conflitto passa alla storia sotto l’espressione “Crisi di Suez” e viene ricordato dagli storici per varie particolarità: per la prima volta Stati Uniti e Unione Sovietica si accordano per garantire la pace, per la prima volta il Canada si esprime e agisce in contrasto verso il Regno Unito ed è infine una delle poche volte in cui gli Stati Uniti si trovano in disaccordo con le politiche d’Israele. Durante questo conflitto, la Siria proclama la legge marziale e le truppe siriane e irachene si schierano in Giordania per prevenire una invasione israeliana.

Nel frattempo, in Siria un orientamento nazionalista e panarabo cresce rapidamente finché viene decisa l’unione con l’Egitto governato dal colonnello Nasser, che sancisce la nascita dell’effimera Repubblica Araba Unita, la quale rappresenta un’entità statuale creata dall’unione politica degli Stati di Siria ed Egitto, cui poco tempo dopo aderisce, con una formula confederale più elastica, anche lo Yemen del nord.
L’esperimento della Repubblica Araba Unita, che si propone di coinvolgere anche altri Stati arabi, naufraga, tuttavia, nel 1961, quando la Siria se ne distacca a causa delle divergenze con l’Egitto sulla linea politica che l’unione doveva adottare.

Caduta l’unione per un colpo di Stato, l’8 marzo 1963 s’impadronisce del potere il partito panarabo Baʿth. La dimensione non confessionale del partito è sottolineata proprio dalla eterogeneità religiosa dei tre fondatori: alawita al-Arsūzī, cristiano ortodosso ʿAflaq e musulmano sunnita al-Bīṭār così come Akram al-Ḥurānī che più tardi raggiungerà il gruppo e sarà il responsabile dell’aggiunta dell’aggettivo “socialista”. Al contrario del marxismo, il socialismo arabo non è collegato a una visione materialistica della vita ed anzi il Baʿth si vanta di aver elaborato con la sua dottrina una sorta di marxismo “spirituale”, ripudiando ogni forma di lotta di classe, ritenuta un “fattore di divisione interna e di conflitti” giacché «tutte le differenze fra i figli – di questa nazione araba – sono incidentali e false.

Dopo la sconfitta nella guerra dei sei giorni, conflitto combattuto tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra e che vede la vittoria di Israele, il 13 novembre 1970 prende la guida del paese il generale Hāfiẓ al-Asad, leader dell’ala nazionalista. Il nuovo capo di stato, eletto presidente della Repubblica in modo plebiscitario nel 1971 e più volte riconfermato, instaura un regime dittatoriale, divenuto in breve il principale punto di riferimento del radicalismo arabo e sostenitore di gruppi terroristi violentemente anti-israeliani ed anti-americani, quali per esempio il Jihad islamico e l’organizzazione del combattente palestinese Abū Niḍāl.

Il 6 ottobre del 1973 la Siria e l’Egitto sferrano un attacco a sorpresa alle forze israeliane (guerra del Kippur), ma vengono contrastati da Israele che mantiene il controllo delle alture del Golan.
Tra il 1971 e il 1977 al-Asad partecipa al tentativo di fondare una Federazione delle Repubbliche Arabe con Egitto e Libia e nel 1976 interviene nella guerra civile libanese contro Israele e contro l’OLP di Yasser Arafat (per il quale ha un’implacabile avversione).

Nel corso degli anni ottanta la guerra Iran-Iraq ha importanti riflessi sulla Siria, che prende posizione a favore dell’Iran, decisione che contribuisce non poco a isolarla nel mondo arabo, dove è grande la preoccupazione per il rafforzamento della rivoluzione islamica iraniana. Paradossalmente anche al-Asad deve fare i conti con la crescita dell’integralismo islamico. I Fratelli Musulmani organizzano vere e proprie insurrezioni di massa contro il regime laico del Ba’th, stroncate da al-Asad con una spietata repressione culminata nel massacro di Hama del 1982 (circa 30.000 morti).

La Siria coglie l’occasione per uscire dall’isolamento internazionale nel 1990 quando, dopo l’invasione irachena del Kuwait, al-Asad si schiera con la coalizione guidata dagli USA contro Saddam Hussein. Nel giugno 2000 al-Asad muore e il 17 luglio gli succede il figlio Bashār al-Asad. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 i rapporti con l’Occidente si incrinano e Bashār si oppone all’invasione americana dell’Iraq nel 2003, ma il Presidente deve far i conti nel 2004 con i separatisti Curdi che insorgono nel nord del paese. Ancor di più, nel 2005 la Siria viene accusata del coinvolgimento nell’omicidio di Rafīq Ḥarīrī, presidente del Libano, e deve richiamare in patria le proprie truppe dal Libano.

A partire dal 2011 tutta la Siria viene coinvolta da manifestazioni popolari che chiedono una maggiore apertura verso le libertà individuali dei cittadini. L’opposizione del governo siriano a queste richieste porta i manifestanti a chiedere la caduta del regime. Le forze governative rispondono alle manifestazioni con una violenta repressione, in particolare servendosi dell’aiuto delle milizie degli Shabiha. Queste ultime manifestazioni sono solo la goccia che fa traboccare il vaso.

La Siria è una regione che prima del 2011 non conosceva equilibrio e stabilità: tuttavia, quello che sta avvenendo negli anni della guerra civile spesso prescinde dalla crisi del territorio siriano stesso. Il teatro di massacri che si consuma sono analizzati in questo secondo articolo.

Alessia Zimone

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