La guerra in Siria: il conflitto ai giorni nostri

La guerra in Siria è iniziata nel Marzo 2011 sull’onda della Primavera araba. Quattro ragazzi su un muro a Derea hanno scarabocchiato “è il tuo turno, dottore”, intendendo che sarebbe toccato ad Assad quello che stava accadendo a Mubarak in Egitto, a Ben Ali in Tunisia e presto a Gheddafi in Libia. La popolazione manifestò chiedendo la scarcerazione dei quattro ragazzi, ma Assad rispose alle proteste sparando ai manifestanti. A ogni funerale, una manifestazione e altri morti: inizia così una guerra che dura ancora oggi e che è definita il conflitto più grande dalla seconda guerra mondiale.

Le ragioni per cui la guerra non si è esaurita in minor tempo, come è avvenuto per altri conflitti della Primavera araba, sono fondamentalmente due: la prima, che il governo di Assad è un governo di minoranza. Gli ufficiali dell’esercito e le forze di sicurezza sono sciite e non hanno legami con la popolazione sunnita (la parte religiosa sunnita rappresenta ben il 74% contro il 16% sciita che governa, seguiti poi da una minore percentuale di cristiani e ebrei – per maggiori dettagli leggi l’articolo). Insomma, in Siria non si è creata, come invece in Tunisia e Egitto, una spaccatura nelle forze di sicurezza di fronte alla scelta di uccidere i propri fratelli o contribuire a spodestare chi ha ordinato di ucciderli.

La seconda ragione è che il conflitto ha coinvolto moltissimi altri paesi i cui interventi militari mantengono le forze su una bilancia che continua a oscillare da una parte all’altra: si ha come l’impressione, provando a studiare a fondo questa guerra, che il mantenimento del conflitto faccia comodo a tutti, benché alla popolazione siriana il cui bene non interessa a nessuno.

La guerra può essere suddivisa dal suo scoppio a oggi in due grandi periodi: il primo va dal 2011 al 2015 e vede maggiormente in testa i ribelli, il secondo – dal 2015 ai giorni nostri – vede alla ribalta il governo Assad. Sono quattro le forze da considerarsi, a sua volta sostenute sul piano internazionale da altri Paesi.

1) Assad, presidente della Siria e successore del padre Hafiz al-Assad, sostenuto dall’Asse sciita mediorientale, costituito da Russia, Iran e partito libanese di Hezbollah.

Perché la Russia sostiene Assad? Perché vuole mantenere la sua egemonia nella vendita del gas e del petrolio all’Europa, egemonia che verrebbe meno se Assad cadesse e un nuovo governo permettesse di trasportare per via retta, attraversando il territorio siriano che è in posizione strategica, petrolio dai giacimenti dell’Arabia Saudita (che non a caso è in posizione anti-Assad) all’Europa.

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Perché l’Iran sostiene Assad? L’alleanza tra Iran e Assad risale alla guerra fredda: serve a entrambi essere uniti per evitare l’isolamento internazionale. Inoltre, il governo iraniano è sciita come quello siriano. Per ultima ragione, non meno importante, l’Iran vorrebbe creare un corridoio con la Siria per unirsi fisicamente al partito libanese di Hezbollah e contrastare Israele.

Chi è questo partito di Hezbollah e perché sta con l’Iran? Il partito di Hezbollah è un gruppo estremista sciita che esercita una resistenza nazionale contro l’occupazione militare israeliana in Libano.

A questo punto non si può che parlare della posizione di Israele nei riguardi del conflitto siriano. Per molto tempo Israele è rimasto a guardare, ma ora è preoccupato che Hezbollah si avvicini ai suoi confini. In questi anni, infatti, il partito libanese è cresciuto grazie ai successi bellici fino a diventare una vera minaccia per Israele. Le tensioni tra Iran, partito libanese di Hezbollah e Israele, potrebbero riversarsi sempre di più, come già è avvenuto in piccola parte, sul territorio siriano che avrebbe la “colpa” di trovarsi fisicamente a metà tra Iran e Israele e essere già teatro di conflitti.

A febbraio, per esempio, Israele ha abbattuto un drone iraniano che era entrato nel suo spazio aereo e la Siria ha abbattuto un F-16 israeliano che aveva appena colpito una base aerea siriana. Ancora, qualche settimana fa Israele ha colpito una base siriana uccidendo 14 persone, di cui 4 iraniane. Il timore è che questi fatti siano i primi segni di uno scontro dichiarato e diretto tra Iran e Israele, che vada a consumarsi proprio in territorio siriano: se questo avverrà, l’escalation di violenza sarebbe enorme e la guerra siriana si trasformerà, ancor più di quanto non avvenga già oggi, in guerra di altri.

2) Chi sono, invece, i ribelli? Certamente non un gruppo coeso, il che rappresenta una debolezza al fine del rovesciamento del governo Assad. A nord-ovest il gruppo dei ribelli è rappresentato da quello di Al Sham e da quello di Al Deen: questi, prima di chiamarsi così, appartenevano insieme ad Al Nusra, vale a dire la divisione siriana di Al Qaeda. Precisiamo che Al Qaeda è il movimento islamista sunnita paramilitare terroristico nato nel 1988 durante la Guerra in Afghanistan, fautore di ideali riconducibili al fondamentalismo islamico più oltranzista, impegnato in modo militante nell’esecuzione di violente azioni ostili, sia nei confronti dei vari regimi islamici filo-occidentali definiti munāfiqūn, ipocriti, sia del mondo occidentale, definito sommariamente kufr, infedele. È stato guidato sino alla sua morte da Osama Bin Laden.

In Siria nel 2016 alcuni si sono distaccati da Al Nusra, il corrispettivo di Al Qaeda, costituendo il gruppo al Sham che comunque non ha perso le caratteristiche di violenza e fondamentalismo; altri invece sono rimasti con Al Qaeda e hanno voluto ribadirlo nel 2018 definendosi come il gruppo di Al Deen.
A capo del gruppo Al Sham troviamo Abu Muhammad al Julani, uno dei comandanti jihadisti che fu anche molto vicino al Abu Bakr al Baghdadi, leader dell’ISIS. Questo significa che, una buona rappresentanza dei ribelli che combatte il regime Assad vorrebbe instaurare uno stato sunnita che abbia le caratteristice dello “Stato Islamico“.

Il terzo gruppo di ribelli, infine, è l’Esercito libero siriano, che è molto meno estremista degli ex Al Nusra e che è stato usato dalla Turchia per combattere i curdi nel nord della Siria e che ora pare essere stato abbandonato da questa. Prima di parlare della Turchia e dei curdi, chiudiamo il discorso relativo ai ribelli.

Gli USA hanno indirettamente sostenuto i ribelli da subito, avviando un programma condotto dalla CIA finalizzato a addestrarli e armarli: il programma dall’estate 2017 ha smesso di esistere. Le critiche che vengono rivolte all’Occidente sono di aver armato, con l’obiettivo di portare un governo democratico in Siria, un gruppo eterogeneo di ribelli vicini all’identità terroristica di Al Qaeda e di averlo fatto in alleanza con l’Arabia Saudita, che di democratico non ha proprio nulla.

3) La terza forza è l’ISIS, contrastata ufficialmente da tutte le altre parti in conflitto.

USA, Francia e Gran Bretagna hanno preso parte direttamente alla guerra, nel settembre 2014, con l’obiettivo di contrastare l’ISIS, che approfittando del conflitto siriano voleva realizzare in quel territorio lo Stato Islamico. Oltre che agire contro l’ISIS, USA, Francia e Gran Bretagna, come dimostra l’accaduto del 14 aprile, sono anche impegnati a contrastare l’utilizzo delle armi chimiche in guerra. La questione delle armi chimiche era già nota nel 2013, quando di fronte a un attacco importante e grave Obama e Hollande accettarono il compromesso proposto dalla Russia di non intervenire militarmente ma di smantellare le armi chimiche presenti nel territorio.

La questione è intricata e lascia alcuni nodi. La Russia, ad esempio, sostiene che non è Assad il responsabile di usare le armi chimiche, ma i ribelli per attirare l’attenzione internazionale e ricevere sostegno. La risposta del 14 aprile da parte di USA, Francia e GB è avvenuta prima che le Nazioni Unite dessero il via libera e accertassero che realmente di armi chimiche si sia trattato: questo, per reagire il prima possibile e mostrare determinazione. Però, così facendo, hanno anche loro ignorato il regolamento internazionale.

Il 10 aprile al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Russia ha messo il veto su una proposta degli USA per creare un meccanismo di inchiesta indipendente sull’uso delle armi chimiche in Siria. La guerra in Siria dimostra costantemente che il sistema internazionale sta collassando sotto il peso della sua stessa impotenza.

4) Concludiamo con i curdi, quarta forza in Siria. I curdi sono un gruppo etnico indoeuropeo che abita un territorio compreso in parti degli attuali stati di Iran, Iraq, Siria, Turchia e in modo minore Armenia.

I curdi sono tra 20 e 30 milioni e sono privi di uno Stato ma hanno una grande identità nazionale. Per molto tempo hanno cercato di avere un loro Stato, ma molti si sono opposti. I curdi in Siria rappresentano il 9% della popolazione, vale a dire 0,6 milioni di persone: sono la minoranza etnica più numerosa del Paese. Il governo turco teme tanto il rafforzamento dei curdi in Siria, in particolare nel nord, perché ritiene che questi siano legati con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), cioè il movimento nazionalista e separatista dei curdi di Turchia, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche di NATO, Stati Uniti e Unione Europea.

La guerra che si combatte nel nord della Siria è più la guerra della Turchia che della Siria stessa: i curdi sono stati usati per combattere l’ISIS dagli USA, adesso però sono lasciati da questa soli contro la Turchia. A dimostrarlo l’avanzata dell’esercito turco denominata “Ramoscello d’Ulivo”, che ha fatto cadere la città di Afrin in mano ai curdi e che ha avvicinato questi ultimi, lasciati soli dagli USA che certo preferiscono mantenere ottimi rapporti con la Turchia, ad Assad.

Lo scenario in Siria è mutevole: si combatte un tutto contro tutti e le alleanze cambiano velocemente a seconda del momento.

Durante il ParlaMente discute gli interventi dei presenti si sono concentrati sulla posizione dei curdi: ci si è chiesti, con un velo di tristezza, se mai questo popolo riuscirà a godere dello Stato che desidera. L’opinione era più improntata sul no, poiché i curdi, a differenza degli ebrei, non hanno dalla loro parte alcuna forma di ricchezza economica.
Ci si è anche chiesti quale potrebbe essere il futuro della Siria, questo poco delineabile. Ancora, si è espresso il timore di un grande conflitto diretto tra Israele e Iran.

La guerra è iniziata per ragioni sincere, dalla volontà del popolo siriano oppure, come scrive Ganser, è stata manipolata dalle nazioni straniere Turchia e Arabia Saudita le quali, secondo la teoria dello storico tedesco, avrebbero introdotto jihadisti nel territorio per destabilizzare il popolo e portarlo alla insurrezione? Qualcuno al dibattito propendeva per questa tesi, che tutto avesse una ragione economica che non appartiene al popolo siriano, qualcun’altro credeva nelle iniziali “buone” ragioni di ottenere un governo più democratico, ma nella degenerazione successiva del conflitto di cui le nazioni straniere stanno approfittando. A voi lasciamo la vostra personale riflessione.

ParlaMente si è salutata con una speranza: pur non avendo una influenza diretta sul conflitto, noi possiamo sorvegliare sui poteri malati che minano ogni forma di pace e libertà. Possiamo informarci su ciò che accade in Siria per combattere l’indifferenza e ribadire che ogni forma di guerra e di violenza è assurda e va rifiutata. Senza esitazione.

Alessandra Di Nora

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