Edipo a Colono: la tragedia dell’ultimo

Qualche giorno fa, esattamente il 13 maggio, abbiamo festeggiato i quarant’anni dall’introduzione della legge Basaglia, che per la prima volta restituì il diritto di cittadinanza alle persone con disturbi mentali chiudendo gli ospedali psichiatrici. A questo penso quando siedo sull’antica pietra a vedere la rappresentazione classica di Edipo a Colono. Essa è infatti la tragedia dell’ultimo, dell’alienazione mentale, con protagonista un uomo di pubblico scandalo – assassino del padre e sposo della madre, con la quale ebbe quattro figli-fratelli – che andrebbe convenientemente allontanato dalla società. Come la comunità dovrebbe gestire quelli che (non sono gigli, ma son pur sempre figli vittime di questo mondo? I greci tracciano una strada da seguire e la imboccano, come sempre, secoli e secoli prima di noi. Ma non basta.

Edipo a Colono è anche una tragedia sul valore della famiglia: conservato dolcemente in Antigone, che accompagna il padre nel suo esilio in cerca di una terra che possa ospitarlo, degenerato nell’altro figlio, l’ambizioso Polinice, interessato solo a dissetare la sua vile cupidigia.
È un’opera sulla pietà: noi, che siamo così sofferenti, vi chiediamo aiuto come un dio. È l’accoglienza l’indirizzo che ci fornisce Sofocle attraverso il senno di Teseo.

È, ancora, una interrogazione sull’esistenza umana: probabilmente composta da Sofocle all’età di novant’anni, si esalta la morte come fine a tutti i mali, si piange la vita come campo di stragi, dolori e tormenti e si disprezza la vecchiaia come tempo di angoscia e solitudine. Non essere mai nati o, se nati, ritornare velocemente là dove siamo venuti. Questo è Bene.

La rappresentazione di Yannis Kokkos ci convince con la magistrale interpretazione di Massimo De Francovich: classe 1936, domina la scena parlando dritto al cuore dello spettatore.

E anche se difficile sarebbe tenere il tono del protagonista, ce la fanno di gran lunga l’Antigone, interpretata da Roberta Caronia, Creonte (Stefano Santospago) e Polinice (Fabrizio Falco).

Riesce bene far indossare a Edipo le uniche vesti grigie della scena, che ancor più ne sottolineano la condizione di vecchiaia, ma le restanti scelte di costumi ci lasciano perplessi. Per dare un tocco di modernità, che già nel significato la tragedia possiede, la scena si fa comica alla vista di un Teseo che sembra arrivare da Matrix e della bella Ismene con trench primaverile. Ancor più, poi, alle tre forze dell’ordine con giubbino antiproiettile che sarebbe stato certamente meglio evitare.

Di grande bellezza, invece, l’enorme statua che si fa simbolo dell’esilio. Posta di spalle allo spettatore, sarà percorsa da Edipo solo al passaggio dalla vita alla morte. Non se ne vede il volto, ma si riconosce dalla curva schiena l’immagine del protagonista che vaga sotto il peso delle sue colpe. Ancora, una vedetta sulla sinistra che quasi per nulla sarà usata, ma che ricorda la metafora dell’Edipo cieco che vede più profondamente perché sente con il cuore.

Lo spettacolo si articola come in una piazza: tra le sedie in vimini e le panchine su cui siede ora l’uno ora l’altro, contempliamo il dramma del destino umano, che talvolta ci fa colpevoli pur non avendo colpe. Così noi, come il popolo di Teseo, ogni giorno incontriamo Edipo che ci chiede accoglienza: al suo ascolto si fa grande la perplessità se ci sia realmente merito nella virtù e colpa nell’errore. Consapevoli di questo, possiamo meno farci giudici del diverso e onnipotenti di noi stessi.

Alessandra Di Nora

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