La mafia calatina: nomi, affari ed estorsioni di Cosa Nostra a Caltagirone – Parte I

La famiglia La Rocca e il patriarca Ciccio

Caltagirone non è un’isola felice. A Caltagirone la mafia c’è ed è sempre stata piuttosto forte, stabilmente inserita in Cosa Nostra, parte importante dell’assetto mafioso della Sicilia orientale e buon punto di riferimento per la Cupola palermitana e corleonese. Gli affari della mafia nel Calatino riguardano opere pubbliche, estorsioni importanti a tanti commercianti e legami con la politica.
Questo pezzo è il primo di una serie di articoli sulla storia e le attività della criminalità organizzata a Caltagirone. Ogni articolo tratterà un aspetto di questo tema: dalla famiglia La Rocca agli attuali capi della cosca calatina, dalle ingerenze in politica e affari fino al racket ai danni delle imprese della città.
Un ringraziamento va ai Carabinieri della Caserma di Caltagirone, in particolare al Comandante del Nucleo Operativo Tommaso Cilmi, e ai giornalisti, che ci hanno aiutato, attraverso importanti contributi, pareri e spunti di ricerca. In fondo ad ogni articolo vi sono poi tutti i riferimenti e le fonti a cui si è attinto, tutte reperibili online.

La famiglia mafiosa

Com’è noto, la famiglia a cui fa riferimento Cosa Nostra per la gestione di Caltagirone e del Calatino Sud Simeto è quella dei La Rocca, residenti a San Michele di Ganzaria. L’intraprendenza di questa famiglia, definita storica perfino da una Relazione Parlamentare del 2016e soprattutto del suo patriarca Francesco La Rocca (detto u zu Ciccio) ha fatto in modo che, intorno agli anni Ottanta, nascesse anche a Caltagirone un nucleo di mafiosi legato a Cosa Nostra. Se fino ad allora, infatti, le attività criminali nel Calatino venivano gestite da famiglie di altri territori, da quel momento in poi il territorio del Sud Simeto (e soprattutto la città capofila, la Città della ceramica) assunse una propria autonomia nella gestione del crimine. Questo risultato si deve, in particolare, alla caparbietà di Ciccio La Rocca, uno dei più importanti e carismatici boss mafiosi della Sicilia orientale.

Il boss Ciccio La Rocca

Francesco La Rocca, classe 1938, si affiliò a Cosa Nostra negli anni Sessanta, grazie all’allora boss di Ramacca, che, oltre allo zio Ciccio, tenne a battesimo anche Francesco Cinardo e Giuseppe Di Bella. Quest’ultimo individuo ci permette di parlare di una storia che chiarisce un tratto del profilo del La Rocca. Un collaboratore di giustizia, Antonino Calderone, raccontò infatti che nel 1988 Giuseppe Di Bella chiese a Francesco La Rocca, già rappresentante del Calatino, di uccidere il proprio figlio, colpevole di avere simpatie per il Partito Comunista. Lo zio Ciccio decise di assecondare questo desiderio e uccise il figlio di Di Bella, facendolo anche “di buon grado”2. E non fu né il primo, né l’ultimo omicidio del boss, famoso per uccidere i nemici strangolandoli a mani nude.
Come raccontano molti articoli e carte processuali, Ciccio La Rocca si è contraddistinto per essere sempre stato abile nella gestione (criminale) degli appalti pubblici e per essere stato cauto e lungimirante nelle alleanze con le altre famiglie mafiose siciliane. Il clan di Caltagirone è stato quasi sempre in ottimi rapporti con i Santapaola-Ercolano di Catania e con i Nardo di Lentini, se si esclude il breve periodo in cui lo zio Ciccio è stato detenuto negli ultimi anni Novanta e il nipote Gesualdo La Rocca appoggiò il tentativo di golpe mafioso attuato dal clan Mazzei per detronizzare i Santapaola dalla gestione di Catania3.
Anche il rapporto con la cupola di Cosa Nostra, quella che faceva capo ai Corleonesi, è stato quasi sempre buono. A dimostrarlo ci sono alcune intercettazioni trascritte nelle carte dell’operazione “Dionisio”4, in cui La Rocca esprime stima nei confronti di Bernardo Provenzano (a quei tempi ancora latitante) e parole meno affettuose nei confronti del giudice Giovanni Falcone (“’u curnutu se la meritava”, la strage si intende).
Vi sono molti aneddoti che riguardano lo zio Ciccio e, di conseguenza, le attività criminali e mafiose nel Calatino. Uno di questi aneddoti, raccontatomi da un carabiniere, chiarisce bene la forza che la famiglia La Rocca e il suo patriarca esercitavano su Caltagirone.

Primi anni ’90: la Stidda a Caltagirone e lo scontro con lo zio Ciccio

Nei primi anni ’90, la Stidda – un’organizzazione mafiosa più piccola di Cosa Nostra diffusa soprattutto nelle provincie di Caltanisetta, Siracusa, Agrigento ed Enna – decise di infiltrarsi a Caltagirone. Il gruppo calatino degli Stiddari, che era formato da alcuni individui capeggiati da un certo Paolo Cappuccino, iniziò la propria attività criminale sul territorio attraverso la richiesta di pizzo a diversi commercianti calatini. A quanto pare, però, molte delle vittime delle estorsioni erano le stesse che pagavano già il pizzo ai La Rocca (tra gli esempi riportati vi sono anche due attività tutt’ora aperte). Parecchio infastidito da questa circostanza, lo zio Ciccio ammonì gli Stiddari, colpevoli non solo di invadere un territorio già controllato, ma anche di estorcere denaro agli stessi imprenditori che pagavano Cosa Nostra. Gli Stiddari, allora, pensarono ad un agguato ai danni del boss, che però fallì, a causa di eventi fortuiti. Nel 1991, per tentare di chiudere la questione, si decise quindi di organizzare un incontro tra le due parti, mediato da un boss posato (si definisce boss posato un esponente di spicco di una famiglia mafiosa che, a causa di alcuni importanti errori commessi, viene giudicato dall’organizzazione e spogliato del potere, ma non del rispetto e del compito di mediare i conflitti che sorgono tra i vari clan). Sembra che, nel corso di questo incontro, Ciccio La Rocca permise agli Stiddari di continuare a estorcere denaro ai piccoli commercianti di Caltagirone, intimando loro, però, di lasciare stare i pesci più grossi, quelli che già pagavano il pizzo ai La Rocca.
Per nulla soddisfatti dell’esito dell’incontro, gli Stiddari organizzarono un secondo agguato ai danni dello zio Ciccio. Una mattina, nella strada che collega San Michele di Ganzaria a Caltagirone, un pallettone, dopo essere rimbalzato sull’auto, raggiunse la testa di Ciccio La Rocca, il quale stava accompagnando la figlia a scuola. Incredibilmente, nonostante il colpo ricevuto, il boss riuscì a raggiungere l’ospedale Gravina, da dove, miracolato, se ne andò la mattina successiva. Ma non finì qui. Pochi giorni dopo, infatti, Paolo Cappuccino e altri Stiddari (tra cui tali Rizzari e Benvenuto) scomparvero per lupara bianca (termine con cui si indica l’omicidio di una persona e l’occultamento del cadavere).
Nei giorni successivi, il boss Ciccio La Rocca venne visto mentre passeggiava in via Giorgio Arcoleo, a Caltagirone, per dimostrare a tutti – ancora una volta – chi fosse il boss calatino.

L’arresto di Ciccio La Rocca e l’omaggio della processione religiosa a San Michele di Ganzaria

Francesco La Rocca fu arrestato definitivamente dopo l’operazione Dionisio del 2004 e le sentenze che ne seguirono. Venne condannato all’ergastolo per diversi capi d’accusa, tra cui il 416 bis (che punisce con la reclusione chiunque sia appartenente ad un’associazione mafiosa) e diversi omicidi, ma vi sono dubbi sulla sua detenzione in regime di carcere duro, il famoso 41 bis. Un dubbio, questo sulla detenzione al 41 bis, sollevato da alcune testate locali dopo la polemica e le successive indagini relative all’omaggio che alcuni cittadini di San Michele di Ganzaria fecero davanti la casa del boss (che era già detenuto e quindi assente) con la statua del Cristo morto, durante una processione religiosa del paese. Abbiamo avuto la fortuna di poter conoscere dettagliatamente questa storia dell’omaggio al boss, e se ne riportano qui alcuni passaggi.
Il Venerdì Santo di ogni anno a San Michele di Ganzaria viene portato in processione il fercolo del Cristo Morto e ogni anno, prima del 2016, la processione passava da piazza Monte Carmelo, dove abitano i La Rocca. Nel 2016, per la prima volta dopo anni, si decise, grazie alla significativa pressione dei Carabinieri, di deviare il percorso, per evitare il passaggio da quella piazza, che mirava, in fin dei conti, all’esclusivo e vergognoso scopo di omaggiare il boss. Ripeto: secondo quanto ho appreso, questa variazione di percorso fu proposta dai Carabinieri e accettata dalla parrocchia e dall’amministrazione comunale. Ciò che lascia perplessi è che, fino a quell’anno, nessuno (né l’amministrazione, né la parrocchia) avesse mai proposto di cambiare il percorso della processione. Finalmente, però, nel 2016, per la prima volta dopo anni, la statua del Cristo Morto non sarebbe passata davanti casa dei La Rocca. Ma non andò così. Come previsto dai militari, il 25 marzo 2016 il percorso del Cristo Morto venne deviato a causa – da quanto emerge dalle indagini e dai processi in corso – delle grida di un parente dello zio Ciccio, e fece tappa a casa La Rocca, dove vi furono anche dei copiosi applausi. Furono cambiate, per quel tragitto, anche le persone che tenevano il fercolo sulle spalle, sostituite con uomini di fiducia del clan mafioso.
Sembra, dunque, che la deviazione del percorso fosse voluta e orchestrata dagli stessi La Rocca, con l’obiettivo di evidenziare un potere che, forse, sentivano indebolito.

Gianfranco La Rocca, l’erede del boss

E oggi? Qual è la situazione all’interno della famiglia La Rocca e del clan calatino dopo la detenzione fine pena mai del patriarca Ciccio? Il soggetto che avrebbe dovuto prendere il suo posto come membro di rilievo della famiglia è Gioacchino Francesco La Rocca5-6, detto Gianfranco. Non era proprio la prima scelta dello zio Ciccio, che a lui avrebbe preferito Gesualdo6, l’altro nipote, che però è all’ergastolo. Per tale motivo, Gianfranco è diventato, diversi anni fa, l’uomo di riferimento della famiglia per guidare la cosca. Gianfranco non gode della stessa stima di cui godeva (e continua a godere) lo zio Ciccio, forse anche a causa di comportamenti passati che gettavano in cattiva luce lui e l’intera famiglia mafiosa. Un aneddoto sembra certificare la poca stima nei confronti di Gianfranco e il minor potere dei La Rocca. Durante un litigio tra il gestore di una attività commerciale di Caltagirone e un parente dei La Rocca, il primo disse, provocatoriamente, che quel parente sarebbe anche potuto andare a chiamare Gianfranco La Rocca, sottolineando come lui avesse poca paura del soggetto in questione. In altri tempi, e con altri individui, un fatto del genere non sarebbe mai accaduto.

Giovanni Fumere Mattia

Fonti:

1. Relazione del I semestre 2016 del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia;
2. “’Uccidete mio figlio, è comunista’, così ordino quell’uomo d’onore”, La Repubblica, 13 marzo 1988;
3. Mensile “S”, numero 103;
4. Ordinanza di applicazione di misure cautelari del Tribunale di Catania – Operazione Dionisio;
5. La sentenza della Cassazione Num.36394 Sez.6 Anno 2014;
6. “Comunicazione di dati e notizie per la Relazione annuale sull’andamento dell’amministrazione della giustizia nel distretto (1.7.2011/30.6.2012)”, Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltagirone.

 

Link alla seconda parte: Il boss Seminara, i mafiosi calatini e i rapporti con Messina Denaro.
Link alla terza parte: Le interferenze con la politica e le aziende.
Link alla quarta parte: Le estorsioni ai commercianti.

5 pensieri su “La mafia calatina: nomi, affari ed estorsioni di Cosa Nostra a Caltagirone – Parte I

  1. Vincenzo ha detto:

    A San Michele di Ganzaria non c’è stato nessun omaggio al boss, e vi spiego anche il perché.
    Facciamo innanzitutto le doverose premesse: che la famiglia La Rocca risulti “affiliata” è una cosa che sanno tutti; e lo sanno perché queste cose “si dicono” e “si sanno” . Però il prete, il sindaco e il maresciallo,nel loro voler deviare il percorso della processione che, appunto, da SEMPRE, passava dal Monte Carmelo (dove, da che ho memoria, non c’è MAI stato un inchino o la banda comunale si è messa a suonare le note del Padrino) avrebbero dovuto INDICARE A CHIARE LETTERE che la MOTIVAZIONE della deviazione riguardava il fatto che la processione NON deve passare davanti all’ abitazione del boss Francesco La Rocca, punto. Cosa che a me pare non sia stata fatta assolutamente, e anzi si parlava di “eccessiva fatica data la ripidità della salita”. Come puoi, dopo, andare ad accusare l’intera cittadinanza di avere voluto a tutti i costi omaggiare un boss? A me pare che qualcuno voleva fregiarsi di qualche mostrina in più, magari, data la rilevanza che avevano avuto in precedenza casi analoghi. Viviamo in Sicilia, le dinamiche sociali sono complesse e non vanno negati i fenomeni gravi che ci attanagliano. Ma va anche detto quando le autorità divulgano grandi minchiate per farsi belli di fronte a un orso morente, stando anche a quanto scrivete nell’ articolo. Saluti.

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  2. Vincenzo ha detto:

    P.S.
    Ciccio La Rocca è al 41/bis dal 2004 e si sta facendo tre ergastoli. La “processione incriminata” risale al 2016… Il figlio non mi risulta sia domiciliato lì. E allora chi sono andati ad omaggiare? La vecchia moglie? La figlia che, notorio anche quello in paese, “non c’entra niente”? Ditemi un po’ voi. Andatelo a chiedere alle autorità dove e quando si era detto che non si saliva al Monte Carmelo perché lì ci sta la casa del La Rocca, prima, magari, di farci passare tutti per dei filo-mafiosi, grazie.

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  3. Giovanni Mattia ha detto:

    Ciao Vincenzo.
    Sulla questione dell’omaggio durante la processione del Cristo Morto, secondo quanto abbiamo saputo dagli inquirenti, ci sono dei processi in corso, proprio perché i magistrati hanno avanzato l’ipotesi che potesse esserci l’aggravante mafiosa dietro l’improvviso cambio di rotta del fercolo (ma già le forze dell’ordine si aspettavano questa mossa e avevano provveduto a registrare tutti i movimenti della statua). A rafforzare questa ipotesi c’è anche la circostanza secondo cui i portatori del fercolo fossero stati sostituiti, per il tragitto fino al Monte Carmelo, da uomini vicini alla famiglia La Rocca.
    E’ vero poi che Ciccio La Rocca è detenuto, così come alcuni suoi figli, ma converrai con noi che passare sotto casa sua potrebbe comunque rappresentare un omaggio simbolico, nonostante (o forse, soprattutto per) la sua assenza.
    In ogni caso, verrà stabilita la verità e, qualunque essa sia, non è in discussione il fatto che i responsabili di quanto accaduto siano soltanto coloro i quali hanno attivamente deciso di cambiare il percorso, e non tutti i cittadini di San Michele di Ganzaria, che non c’entrano nulla e non sono assolutamente legati o vicini alla mafia.

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