La mafia calatina: nomi, affari ed estorsioni di Cosa Nostra a Caltagirone – Parte IV

Le estorsioni ai commercianti

Caltagirone non è un’isola felice. A Caltagirone la mafia c’è ed è sempre stata piuttosto forte, stabilmente inserita in Cosa Nostra, parte importante dell’assetto mafioso della Sicilia orientale e buon punto di riferimento per la Cupola palermitana e corleonese. Gli affari della mafia nel Calatino riguardano opere pubbliche, estorsioni importanti a tanti commercianti e legami con la politica.
Questo pezzo è il quarto e ultimo di una serie di articoli sulla storia e le attività della criminalità organizzata a Caltagirone. Ogni articolo tratterà un aspetto di questo tema: dalla famiglia La Rocca agli attuali capi della cosca calatina, dalle ingerenze in politica e affari fino al racket ai danni delle imprese della città.
Un ringraziamento va ai Carabinieri della Caserma di Caltagirone, in particolare al Comandante del Nucleo Operativo Tommaso Cilmi, e ai giornalisti, che ci hanno aiutato, attraverso importanti contributi, pareri e spunti di ricerca. In fondo ad ogni articolo vi sono poi tutti i riferimenti e le fonti a cui si è attinto, tutte reperibili online.

Le estorsioni ai commercianti calatini

Un campo in cui la cosca calatina è molto attiva sono le estorsioni ed il pizzo. A tal proposito, è particolarmente interessante l’Ordinanza di applicazione di misure cautelari dell’operazione Dionisiodei primi anni 2000, in cui compaiono i nomi di diversi imprenditori calatini. Si riporta qui il testo di un’intercettazione di Ciccio La Rocca, esattamente com’è scritta nell’ordinanza, in cui il boss risponde ad una domanda di un altro individuo. La risposta di La Rocca è la seguente: “Io gli dissi “talè …” (guarda) a me di Gino Aleo, quando ci sono andato … ed è la verità, qualche milione me lo ha prestato … […] Fargetta si è comportato pulito e mi ha mandato i saluti e cose, tempo (durante) che sono stato in galera; ‘e non l’ata a tuccari! Tutti gli altri li potete bruciare’. Interlandi che era un cornuto … tutti questi … Ma che infami il nome mio? Dove vogliono andare […]”.
Uno degli imprenditori citati è Francesco Aleo, detto Gino, proprietario dei supermercati MAR. Nella trascrizione di alcune intercettazioni, il boss Ciccio La Rocca discute con un altro mafioso della necessità di reperire “na para di lire” a Caltagirone ed è proprio lo stesso boss a dire che Gino Aleo qualche milione lo “ha prestato” in passato. I milioni a cui fa riferimento La Rocca sono, per la precisione, trentasei milioni di lire mensili, che venivano estorti ad Aleo grazie anche alla complicità del ragioniere Santo Giammona2, incaricato proprio dall’imprenditore di occuparsi della questione, come dimostra una sentenza della Cassazione. Pare, inoltre, che anni fa Gino Aleo fosse interessato ad aprire dei supermercati a Militello, ma fu ammonito dal boss locale perché non gli chiese il permesso. A supporto di Aleo giunse proprio lo Zio Ciccio, che rassicurò il boss militellese, affermando come Aleo fosse cosa sua.
Gli altri imprenditori che oltre ad Aleo compaiono in questa stessa intercettazione sono Interlandi e Fargetta.
Di Giacomo Interlandi, attivo nel settore dell’abbigliamento e dei servizi immobiliari, La Rocca dice che, per quanto lo riguarda, può anche subire attentati incendiari, essendo un “cornuto” che aveva infamato il suo nome. Nell’ordinanza, però, si parla di Interlandi in un’altra parte, in cui un altro mafioso, Alfio Mirabile, dice allo zio Ciccio: “Interlandi … quello che mandava un milione e mezzo al mese gli mandava in questa zona a Pietro … gli mandava. Quando fu di suo nipote Aldo … – viene interrotto; La Rocca: A Pietro chi?; Alfio: A Pietro Rampulla … il sorvegliato Pietro Rampulla. Un milione e mezzo al mese …; La Rocca: No … all’epoca usciva un milione …; Alfio: Ah un milione.” Pietro Rampulla, l’uomo che, secondo le intercettazioni avrebbe ricevuto i soldi da Interlandi, è un mafioso di Mistretta, famoso per aver confezionato la bomba della strage di Capaci.
Il terzo imprenditore che compare nell’intercettazione è Franco Fargetta, imprenditore calatino del settore dell’abbigliamento. Secondo la già citata ordinanza di custodia cautelare dell’operazione Dionisio, lo zio Ciccio La Rocca avrebbe detto di non toccare i negozi di Fargetta perché si era “comportato pulito”, mandandogli “saluti e cose” durante un suo periodo in carcere. Tra le “cose” a cui fa riferimento il boss sembrano esserci dei vestiti che la moglie di Francesco Gioacchino La Rocca andò ad acquistare per il proprio marito detenuto e che Fargetta consegnò alla signora senza farsi pagare.
Per chiarire meglio quanto letto in queste carte, siamo dunque andati a chiedere chiarimenti direttamente a Franco Fargetta, il quale, molto gentilmente, ha detto di venire a conoscenza in quel momento e per la prima volta di queste intercettazioni e che lui è solito trattare tutti i clienti allo stesso modo, chiunque essi siano.
Anche Mario Bellavia, titolare dell’attività La Galleria 2 Srl (soprannominato dai mafiosi come “u scarparu” o “quello delle scarpe”), è stato citato nelle intercettazioni dell’ordinanza dell’operazione Dionisio perché già in passato sarebbe stato vittima di estorsione da parte del clan La Rocca, avendo pagato la somma di 5 milioni di lire negli anni Novanta .

Oggi a Caltagirone si paga il pizzo?

Quelle citate sopra sono estorsioni che risalgono agli anni Novanta ed ai primi anni 2000. Ma oggi i commercianti di Caltagirone sono ancora vittime di racket? È difficile rispondere. Dalle carte dell’operazione Dionisio sembra che il clan La Rocca punti solo pesci grossi, che possano garantire il pagamento di ingenti somme, ma ho trovato, a volte anche casualmente, alcuni spunti di riflessione interessanti. Fino a qualche anno fa, tra le imprese iscritte ad Addio Pizzo compariva solamente un’attività di Caltagirone, una società privata di spedizione di pacchi e missive. Con delle veloci ricerche nel sito di Addio Pizzo si può notare come non sia semplicissimo l’iter per poter far parte della rete di imprese dell’associazione. Alla luce di questo, perché l’attività commerciale decise, per un po’ di tempo, di far parte di quella rete? Era solo per aderire alla causa dell’anti racket o quell’attività aveva davvero avuto esperienza diretta di estorsione? E se fosse vera la seconda ipotesi, perché solo un’azienda, a Caltagirone, si era iscritta all’elenco di Addio Pizzo?
Consapevoli di perdere tempo, abbiamo fatto, qualche settimana fa, un giro per diversi esercizi commerciali della città, per chiedere se pagassero o avessero mai pagato il pizzo o se qualcuno fosse mai andato da loro ad estorcere denaro. Come era prevedibile, non abbiamo ricevuto alcuna risposta affermativa (ma alcune divertenti, sì: uno dei commercianti ha mostrato un set composto da chiave inglese e mattarello da usare in caso di richieste di pizzo).
Tuttavia, una risposta, piuttosto importante, è comunque pervenuta durante l’ultima ricerca per la scrittura di questo articolo. Si tratta della scoperta che più ci ha colpito. Gli investigatori sospettano che molti grossi commercianti e imprenditori di Caltagirone paghino il pizzo alla mafia. Addirittura, pare che alcuni chiedano il permesso alla cosca mafiosa prima di aprire un’attività commerciale, come rivelato dal collaboratore di giustizia Antonino Calderone. Si è trattato, a nostro parere, di una rivelazione sorprendente perché distrugge un velo di pace e tranquillità che sembra avvolgere Caltagirone. Nessuno ha mai denunciato le estorsioni ad opera di Cosa Nostra, ma al massimo solo quelle di piccoli e isolati criminali, non legati alla mafia calatina.

Conclusioni

Oltre ventitremila battute e molti giorni di ricerca hanno dimostrato, innanzitutto a noi, che la mafia a Caltagirone c’è da tempo ed è abbastanza forte. Non era una conclusione ovvia, soprattutto per chi è più giovane: la nostra città sembra molto tranquilla e quasi nulla fa pensare a un passato di agguati e omicidi mafiosi (tanti dei quali non riportati qui). I molti interessi mafiosi sugli appalti e le attenzioni di Matteo Messina Denaro, con i suoi emissari nel territorio, non possono lasciare tranquilli. Ma una cosa, più delle altre, è significativa, e riguarda le estorsioni. Il fatto che molti commercianti calatini (e specialmente quelli più grossi) paghino il pizzo alla mafia, così come confermano i sospetti delle forze dell’ordine, getta luce su una cultura omertosa grave e pericolosa, che contribuisce a rafforzare Cosa Nostra e a indebolire le casse delle attività commerciali della nostra città, che di certo non navigano nell’oro. Denunciare è difficile e richiede coraggio, soprattutto se gli estorsori sono affiliati a Cosa Nostra, ma è un atto di civiltà, libertà e dignità. Rocco Mangiardi, un imprenditore che ha denunciato il racket della ‘ndrangheta, dice sempre che se non avesse denunciato, non avrebbe potuto più guardare negli occhi i propri figli. L’appello è proprio questo: commercianti, imprenditori e cittadini di Caltagirone, se qualcuno vi chiede il pizzo, denunciate. Per poter guardare negli occhi i vostri figli.

Giovanni Fumere Mattia

Fonti:

1. Ordinanza di applicazione di misure cautelari del Tribunale di Catania – Operazione Dionisio;
2. La sentenza della Cassazione Num.28411 Sez.6 Anno 2013.

 

Link alla prima parte: la famiglia La Rocca e il patriarca Ciccio.
Link alla seconda parte: il boss Seminara, i mafiosi calatini e i rapporti con Messina Denaro.
Link alla terza parte: le interferenze con la politica e le aziende.
Annunci

4 pensieri su “La mafia calatina: nomi, affari ed estorsioni di Cosa Nostra a Caltagirone – Parte IV

  1. paolo buda ha detto:

    I miei personali complimenti per il reportage che avete avuto l’ardire di scrivere in un linguaggio di facile comprensione. Le storie che avete raccontato, attraversano un arco temporale importante per chi ha vissuto in quegli anni nella nostra Caltagirone e rappresentano una memoria storica da non disperdere di quei fatti e di quei nomi vissuti da chi come me li viveva con gli occhi di un adolescente prima e giovane imprenditore poi.
    Proprio perchè dagli errori del passato si possa imparare a non commetterne più serve continuamente rammentare chi è stato vittima del racket estorsivo, chi, invece non si è mai voluto piegare a questa piaga e chi oggi, invece, dovrà trovare il coraggio per dire basta!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...