Cosa accade in Sudan: racconti e video di un Paese in lotta

Ogni anno molti studenti della facoltà di Medicina aderiscono a un progetto sul tema delle malattie tropicali attraverso il quale si ha la possibilità di recarsi in Sudan per circa un mese e mezzo. A questo programma ha aderito due anni fa Roberta, che è rimasta in contatto con molti colleghi sudanesi che adesso stanno vivendo un dilaniante conflitto interno di cui poco o nulla ci arriva.

Abbiamo chiesto ai nostri amici, appresa da vicino la situazione che trafigge il Paese, cosa potremmo fare per loro: ci hanno chiesto di parlarne, di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica. Questa è la ragione di questo articolo e il motivo per cui ti chiediamo, se lo troverai utile a fine lettura, di condividerlo. Il testo contiene anche dei video che riprendono scene delle proteste di questi giorni nella capitale: i ragazzi sono riusciti a inviarli in chat con alcune difficoltà perché non tutte le reti Internet sono rimaste libere. I nomi che saranno utilizzati sono pseudonimi per proteggere l’identità di chi ci ha scritto.

Il Sudan ha sofferto molte guerre civili: una di circa diciassette anni, dal 1955 al 1972, seguita da una successiva dal 1983 al 1998. A causa delle continue lotte politiche e militari, il Sudan è stato sequestrato in un incruento colpo di Stato dal colonnello Omar al-Bashir, nel 1989, che si è proclamato l’attuale Presidente. La guerra civile si è conclusa con la firma di un accordo globale di pace che ha concesso l’autonomia a quella che allora era la regione meridionale del Paese. A seguito di un referendum tenutosi nel gennaio 2011, il Sudan del Sud si è separato dal resto del Paese.

Attualmente lo stato risulta essere una Repubblica presidenziale federale democratica rappresentativa, ma le sue politiche sono ampiamente considerate dalla comunità internazionale come autoritarie, a causa del predominio incontrastato del Partito del Congresso Nazionale nel settore giudiziario, esecutivo e legislativo.

A fine novembre e inizio dicembre 2018 sono iniziate delle proteste: cominciate nella città sudanese di Atbara contro l’aumento dei prezzi del pane e del carburante, si sono allargate a tutto il Sudan trasformandosi in una protesta generale contro il presidente Omar al-Bashir. «Abbiamo bisogno di un cambiamento», registra Nali a Roberta. «Non ce la facciamo più. Il governo non fa nulla, troppa gente muore di povertà e noi ci sentiamo assolutamente soli».
I numeri delle persone uccise finora nelle proteste sono discordanti tra quelli forniti dalle autorità di Khartum e quelli dell’organizzazione umanitaria Amnesty International: entrambi, però, sono elevati.

Alcuni giornali sono stati sequestrati e la polizia è stata accusata di sparare sui dimostranti ad altezza d’uomo, con il preciso intento di uccidere. In questi due video potete osservare una protesta di fronte alla sede universitaria: nel primo si notino gli spari altezza d’uomo e nel secondo il corpo di uno degli studenti manifestanti rimasto ferito e trasportato su un’auto:

Potremmo essere dinnanzi all’alba della primavera araba in Sudan? Nel 2020 si terranno le attese elezioni presidenziali a cui il capo di stato Omar al-Bashir aveva prima promesso di non candidarsi, dopo quasi trent’anni di permanenza al potere, per poi tornare indietro sulle sue affermazioni.

Il problema in Sudan è prima di tutto di tipo economico: Nali e Sel ci riferiscono che al referendum del 2011 i più giovani erano contrari alla secessione ufficiale del Sud Sudan da Khartum, poiché consapevoli che questo avrebbe portato via al Paese africano la maggior parte della produzione e delle esportazioni di petrolio, fonte imprescindibile di valuta estera e di entrate per il governo. Di opinione differente, invece, gli adulti, le cui ragioni affondavano in un odio storico che ha avuto la meglio. La secessione ha reso ancor più difficile il contesto delle finanze pubbliche del Sudan, già gravate da un pesante debito pari a oltre 50 miliardi di dollari e dalle sanzioni imposte al paese dagli Stati Uniti. Sebbene gli Stati Uniti abbiano revocato le sanzioni nell’ottobre dello scorso anno, Khartum non è stata in grado di riprendersi dalla perdita di tre quarti della propria produzione di petrolio. A novembre, il tasso di inflazione del Sudan ha raggiunto il 68,93 per cento, mentre quest’anno la valuta sudanese ha perso l’80% del proprio valore rispetto al dollaro. Nonostante la Banca centrale abbia poi fissato il tasso di conversione giornaliero ufficiale a 47,5 sterline per dollaro, al mercato nero il cambio è salito tra le 64 e le 75 sterline contro la divisa statunitense per le somme in contanti e addirittura a 85 per i mezzi di pagamento come gli assegni.

Ecco cosa ci viene riferito dal luogo riguardo a questo aspetto:

Il malcontento che i ragazzi nutrono nei confronti dell’attuale presidente è anche animato dalle accuse di alcuni genocidi, come quello in Darfur e in Kordofan. La Corte penale internazionale (CPI) ha emesso ben due mandati di cattura per il presidente, accusandolo di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Il presidente del Sudan ha sempre negato le accuse, sostenendo che la Corte è uno strumento politico che mira a danneggiare il Paese africano.

Durante tutto questo periodo, la comunità internazionale ha imposto una serie di sanzioni mirate al Sudan, mentre gli Stati Uniti hanno optato per un embargo generale contro il Paese, revocato soltanto a ottobre 2017. Queste misure, unite all’instabilità e agli endemici conflitti che hanno colpito in passato e ancora colpiscono il Paese, hanno limitato le capacità del Sudan di crescere a livello economico.

Anche i medici e il personale ospedaliero si sono uniti allo sciopero proclamato dall’Associazione dei professionisti del Sudan. Intanto, le forze armate del Sudan hanno ribadito la propria fedeltà al presidente. Tutte le facoltà sono state chiuse, compresa quella che negli anni è stata frequentata da Roberta e dagli studenti che hanno partecipato al programma di scambio condividendo il sogno di diventare medici. Non sappiamo se i colleghi sudanesi riusciranno a concludere gli studi nel Paese in cui sono nati, né tantomeno se riusciranno a sopravvivere alle manifestazioni a cui stanno prendendo parte attivamente. Eppure, sono ragazzi esattamente come noi, forse un po’ più sfortunati a essere nati in un Paese in cui non esiste libertà e democrazia, fatto di ingiustizie e povertà. La loro storia non sarà dissimile a quella dei tanti ragazzi che incontriamo nella nostra città.

Sognare è umano. Vivere è umano. Essere consapevoli di quanto accade in posti non molto lontani da noi ci aiuta a capire il valore dei nostri diritti, l’importanza di salvaguardarli e le ragioni che hanno spinto e spingono tanti a lasciare il posto di provenienza per un luogo che si prega essere migliore.

Questa, oggi, è Karthum:

Alessandra Di Nora

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