Inchiesta sprechi: Parco lineare

Ne è passata tanta di vita sui binari che dalla stazione di Dittaino si allungavano fino a Caltagirone. La linea ferroviaria in questione, 71,15 km, era a scartamento ridotto: curve con raggio inferiore e ruote piccole, più adatte a percorsi montani e ancor più ad esigenze di risparmio. Era il 25 aprile 1912 quando la prima tratta fu completata (Dittaino-Valguarnera, 13, 856 km); nel 1914 il secondo tratto congiunse Valguarnera a Grottacalda, il complesso minerario dove lavoravano migliaia di minatori. Il 7 settembre 1920 venne raggiunta Piazza Armerina.

I treni trasportavano minatori e zolfo, la cui produzione si dimezzò nel 1922 e con essa l’interesse per la ferrovia. Caltagirone fu raggiunta solo nel 1930 e la costruzione venne realizzata talmente in economia che subito si verificarono frane che provocavano interruzioni e deragliamenti. I treni a vapore viaggiavano a 30 km/h tuttavia quando nel 1949 furono introdotte le automotrici RALn60, più veloci, i viaggiatori aumentarono del 120%, eppure ciò non fu ritenuto motivo sufficiente per ammodernare la linea. Nel 1957 ben sette treni facevano andata e ritorno tra Dittaino e Piazza Armerina. La tratta Piazza Armerina-Caltagirone invece era già stata chiusa nel 1955 a causa di una frana mai riparata: al suo posto fu istituito un servizio automobilistico con un costo di 26,95 milioni di lire.

Sprechi di ieri e, come una maledizione del destino, l’oggi che raccontiamo è un’altra storia di sprechi. Il tratto in questione è quello che dalla stazione di Salvatorello a Caltagirone conduce fino a quella di San Michele di Ganzaria per un totale di 10 km. Nel 1999 iniziano i lavori di realizzazione del Parco lineare, giacché questa è la dicitura esatta poiché il progetto originario puntava alla valorizzazione del Calatino con il coinvolgimento delle aziende agricole che si trovavano nell’area interessata, che sarà inaugurato due anni dopo. L’iniziativa di investire nell’opera i fin’nziamenti dei fondi comunitari del Patto territoriale del Calatino, circa 4 milioni di euro, parte dall’allora sindaco di San Michele Aldo Saporito, il progetto è firmato dallo studio NOWA dell’architetto Marco Navarra, la finalità quella di creare un’architettura leggera che componga insieme frammenti sparsi nel territorio. Caltagirone sposa l’iniziativa. I binari furono ricoperti da una colata d’asfalto colorato in base alle caratteristiche del tratto in questione, inframezzata da archi in ferro sui quali dovevano arrampicarsi delle piante, sui lati file di cipressi avrebbero dovuto garantire ombra e riparo dalla calura estiva.

La pista attraversava la valle fino al casello di San Michele, ristrutturato e trasformato in un bellissimo e coloratissimo centro culturale polivalente dotato persino di ascensore. Quanto al casello di partenza, quello di Salvatorello, si immaginava di trasformarlo in un punto di ristoro dove sarebbe stato possibile anche noleggiare le biciclette. Lo si immaginava ma non esisteva alcun progetto a questo proposito, sebbene fosse un fattore di criticità l’assenza di una pista ciclabile che dalla città conducesse al Parco lineare il che comportava, soprattutto per le famiglie con bambini, il dover trasportare le biciclette in macchina fino a Salvatorello. In verità, sin da subito la pista non garantiva condizioni di sicurezza adatte ai più piccoli poiché molti tratti erano sprovvisti di protezione. Tuttavia, la passeggiata a piedi risultava molto suggestiva, una lenta immersione nella valle quasi incontaminata con vista sull’Etna, una bella opportunità per la comunità del Calatino. Una bella opportunità che purtroppo finì presto col precipitare prima nell’abbandono e poi nel degrado al quale, si sa, non c’è mai fine.

Si arrivò così al 2003 quando dall’amministrazione Pignataro vennero realizzati due progetti esecutivi, nell’ambito dei fondi comunitari Por-Sicilia, di 3 milioni e 300mila euro. Nel 2009 i finanziamenti andarono perduti poiché non spesi e la Regione restituì i soldi alla Comunità europea. Il primo progetto riguardava la costruzione del nuovo tratto da bivio Molona a Salvatorello; il secondo il tratto conclusivo da San Michele a Piazza Armerina. Nello stesso 2003, mentre inizia il suo degrado, l’opera riceve diverse segnalazioni in ambito nazionale e internazionale, per merito del suo stesso Autore che la cita in vari volumi, e premi tra cui la Medaglia d’Oro all’opera prima per l’Architettura Italiana della Triennale di Milano, nel 2006 è finalista all’European Prize for Urban Public Space a Barcellona e vincitore del Premio Gubbio dell’ANCE.

Da allora la pista ciclabile si è trasformata in una discarica e a nessuno sembra più interessare recuperarla. Continua tuttavia ad essere segnalata nelle carte turistiche. “Nei pressi della ex stazione Salvatorello inizia la Nostra ciclabile che scorre gradevolmente sul vecchio tracciato ferroviario, protetto da una continua alberatura, con lunghe curve e con una moderata pendenza. Ci spostiamo sul fianco della valle del Tempio in un paesaggio “tormentato” da dossi e baluardi rocciosi dove i campi di grano fanno da coperta a questo incantevole paesaggio. Proseguiamo passando attraverso alcune vecchie gallerie fino ad arrivare all’ex stazione di San Michele di Ganzaria. Il percorso diventa sterrato ed in lenta ascesa; lasciamo la ferrovia e guadiamo il fosso del Tempio ritornando sulla vecchia massicciata per risalire la valle della Gatta dai grandi latifondi agricoli tra ficheti, pescheti, mandorleti… (da La Valle del Metauro)”.
Resta da augurarsi che i turisti non riescano a trovarla sotto i rifiuti che la ricoprono oggi. Ne rimarrebbero a dir poco delusi e la nostra città non ne uscirebbe al meglio.

Di seguito le interviste da noi realizzate al progettista del Parco Lineare Arch. Marco Navarra e all’ex sindaco Avv. Marilena Samperi. Li ringraziamo per la disponibilità.

Intervista all’architetto Marco Navarra

Ci racconti la storia della realizzazione dell’opera.
Sottolineo che si tratta di un Parco lineare non di una pista ciclabile. Nel 1994 il Dott. Saporito diventa sindaco di San Michele e vede nella sua realizzazione la possibilità di dare un futuro turistico a piccoli centri come San Michele appunto. Parco lineare perché prevedeva un progetto di più ampio spettro che consisteva nel mettere insieme frammenti dispersi, un collegamento tra turismo e agricoltura. L’ASI (Agenzia Sviluppo Integrato) non ha collegato il progetto, attraverso le agevolazioni, alle aziende private (agriturismo, agricoltura biologica) che avrebbero potuto garantire la gestione del Parco. La regia è fondamentale in questo tipo di opere pubbliche. Quello che è mancato successivamente, e che non ci aspettavamo, è che ha avuto comunque molta visibilità a livello europeo di cui non si è approfittato. Su 32 km se ne sono realizzati solo 10, il progetto era su tutto il percorso. Il parco è stato premiato e gli amministratori dovevano andare a Bruxelles a chiedere aiuto per il completamento. Di fatto il finanziamento si è perso. Dal 2000 al 2009 ci sarebbe stato modo di portarlo fino a Caltagirone. Dal 2005 al 2009 abbiamo organizzato i workshop estivi (Picnic al Tempio) con studenti di architettura paganti provenienti da tutta Europa. Dal 2010 al 2012 associazioni di San Michele hanno organizzato due festival della musica. Nel 2006 Teatri al tempio di Nave Argo. Negli ultimi 17 anni l’abbandono totale. Una fotografa di Torino ha raccontato quel che resta del Parco. Non si può realizzare un’opera solo perché si hanno i finanziamenti. Ci deve essere un legame col territorio.

C’è stato un bando?
Il sindaco di San Michele aveva a disposizione le risorse del Por con cui in realtà abbiamo potuto studiare tutti i 35 km, un progetto dal basso. Sono stati coinvolti altri sindaci tra cui quello di Caltagirone.

Non hanno partecipato altri studi di architettura?
No, il progetto nasce in un momento in cui c’erano altre forme di collaborazione, era l’amministratore che individuava chi era in grado di fare un progetto di qualità. Ora la selezione avviene solo per un criterio economico, senza badare alla qualità, e poi c’è una trasparenza apparente.

Secondo Lei, quali sono state le cause dell’abbandono e dell’attuale degrado?
Il mancato coinvolgimento dei privati a cui non si sono date le agevolazioni perché si occupassero a loro volta del parco. Ci sono diverse aziende agricole che si affacciano sul parco. Per esempio Villa Tasca ha usato il Parco per le escursioni. Bisogna che soggetti diversi parlino tra loro. Per esempio quando è stata costruita la via di fuga è stata distrutta una fermata e invece si poteva vedere come valorizzarla.

Forse San Michele è stata completata perché c’era l’impulso del sindaco?
Può essere. L’amministrazione di Caltagirone all’inizio parlava di dare in gestione il casello per il noleggio delle bici ma era sempre una cosa campata in aria.

Ricorda esattamente l’importo del finanziamento?
Ricordo che ci furono due appalti e due ditte ci lavorarono, una per San Michele e una per Caltagirone.

Se ogni comune gestiva il suo appalto, questo non fu un limite ad un progetto unitario?
Sì, sarebbe stato meglio se avesse lavorato una sola ditta dato che si trattava di un sistema però ci voleva una progettazione amministrativa e organizzativa. C’era l’idea vaga di far gestire il tutto ad associazioni. Una tristezza se uno pensa a quel che è successo altrove, per es. in Spagna dove hanno fatto nello stesso periodo più di mille km e le ferrovie hanno partecipato alla gestione mettendosi in collegamento con le piste. Il progetto avrebbe dovuto servire tutto il val di Noto.

Intervista all’ex sindaco Marilena Samperi

Ci racconti dall’inizio la storia della pista ciclabile.
È una piccola storia dentro una storia più grande. Vi racconto questo: sono stata il primo sindaco eletto dal popolo perché prima che entrasse in vigore questa legge, il sindaco era eletto dal consiglio comunale, quindi dai partiti. Avvenne una specie di rivoluzione qui a Caltagirone. Sappiate che ho accettato di candidarmi solo perché ero certa che fosse impossibile vincere. Caltagirone da quarant’anni apparteneva alla democrazia cristiana, con maggioranza assoluta dei seggi e dei voti. Pensavo che anche questa volta sarebbe andata così. Invece avvenne che vincemmo: cominciammo in quattro, in sei, in otto, e poi arrivarono sempre più persone. Voglio farvi capire che al momento delle elezioni mi sono sentita schiacciata da una responsabilità grandissima: ho abbandonato il mio studio legale e mi sono dedicata solo al Comune, dalle otto del mattino alle due di notte. Ho lasciato perdere tutto, non esisteva nient’altro. Io avevo chiari quali fossero i bisogni delle persone: disoccupazione e bisogni di case. Fin da subito, ogni venerdì, ricevevo chiunque avesse bisogno di parlare con me. Chiunque. Facevo questo perché volevo condividere in carne e ossa quello che viveva davvero la gente. Il venerdì era come una crocifissione, non potevo rispondere a tutte le persone, però parlavo con loro e questa cosa mi teneva saldamente legata alla realtà dei bisogni. I problemi della città non sono solo infrastrutture o servizi, ma i bisogni veri dell’anima di una città sono altri e sono quelli che vanno curati: se i pozzi smettono di funzionare, come mi è successo, e la città resta senza acqua, è un bel problema. Fare le cose legalmente significa perdere tempo. Vi racconto tutto questo per farvi capire il background sociale di quei tempi. Immaginate i bambini chiedere “sindaco, ce la fai mettere la luce a casa, non ne abbiamo”. La mia ossessione era creare opportunità di lavoro e occupazione. Il ‘93 fu l’anno degli scandali, della corruzione, nessuno firmava più nulla. L’economia era congelata. Questa città, che viveva di edilizia, aveva tutto bloccato. Non c’erano neanche progetti di opere pubbliche e la disoccupazione era dilagante. Fu l’inizio del declino. C’era un periodo in cui le attività a Caltagirone esistevano, ma questo non dava ricchezza. Era un’economia non produttiva. L’economia produttiva non esisteva. Ho iniziato a pensare ai fondi europei, che all’epoca nessuno usava perché richiedevano una programmazione a cui noi non eravamo abituati: programmazione vuol dire che devi scegliere prima, non si possono fare interventi a prescindere da un quadro generale di sviluppo. Io in Europa non avrei mai avuto finanziata la Pista ciclabile senza che questa fosse inserita in un progetto più ampio che dimostrava, tramite un’analisi delle potenzialità del territorio, che Caltagirone è troppo piccola per pensare di poter fare da sola un progetto che abbia sviluppo. Ho iniziato a convocare altri sindaci proponendo loro di fare qualcosa: anche loro erano nella mia stessa situazione, eletti con una fiducia enorme. Io sono andata a spulciare tutti i progetti e allora cominciammo a lavorare a questa idea. Il primo fu Leader 2, un progetto per l’agricoltura. Dall’analisi del territorio, fatta da una grande economista, il prof. Garavini, è venuto fuori che Caltagirone era troppo piccola da sola e che l’asse portante dell’economia era l’agricoltura più che il turismo che non aveva né le infrastrutture né altro di adeguato. Agricoltura e artigianato erano le uniche risorse. I finanziamenti europei, che non facevano spendere un euro al comune, consistevano in 400 miliardi di lire. Noi presentavamo un’ipotesi di progetto che portasse sviluppo.

Questi 400 miliardi erano solo per Caltagirone?
No, sparsi su tutti i comuni, ma Caltagirone avendo più abitanti, aveva diritto ad una quota più alta. Con questi progetti abbiamo restaurato il patrimonio del comune, riqualificando il centro storico, le case dei privati e il patrimonio pubblico. Il nostro patrimonio urbano era enorme e quindi abbiamo presentato più progetti degli altri. Non c’è più un solo palazzo che all’epoca non sia stato recuperato: dal Palazzo di Città, dove abbiamo fatto un intervento importantissimo di consolidamento, alla Corte Capitaniale, dal Reburdone al palazzo Libertini a Santo Stefano.
Quindi abbiamo studiato punti di forza e punti di debolezza: cominciammo a fare progetti. Abbiamo l’agricoltura, ma cosa manca? Il fatto che non commercializziamo, che non pubblicizziamo. Abbiamo il prodotto che vendiamo a due lire, e basta. Abbiamo capito che era necessario costruire una filiera, per creare industria, per fare valore aggiunto. Per il turismo era necessario creare le infrastrutture. E per potenziare il turismo bisognava riqualificare i centri storici. Noi abbiamo creato il primo centro di compostaggio in Sicilia, per sviluppare il turismo. La Pista ciclabile si inserisce dentro questo filone, perché poteva attirare una forma di turismo che poteva e doveva unire Caltagirone fino a Piazza Armerina, alla Villa del Casale e al bosco. Era un progetto che prevedeva di potenziare il turismo dei ciclisti, al di là del fatto che poteva servire agli stessi calatini. Dovete sapere che noi nello stesso tempo, parallelamente, provavamo a potenziare questi progetti con altre azioni. Lungo la pista ciclabile c’erano vecchi caselli della ferrovia. Abbiamo fatto un bando per affidare ai privati questi caselli: il comune non poteva gestire la pista, perché non aveva né le persone né le competenze. L’idea era mettere all’asta questi beni comunali e darli in concessione. Parallelamente abbiamo fatto il bando per mettere all’asta questi caselli ferroviari dove si sarebbero potuti vendere prodotti, realizzare una pizzeria, un centro benessere, così da rendere vivo e sorvegliato quel percorso. Così è nata l’idea.

E alla fine cosa non è andato?
Alla fine non è andato che quando la pista fu realizzata, io ho concluso il mio mandato di sindaco e la pista era appena stata consegnata.

I privati non hanno partecipato?
No, nessuno.

L’architetto Navarra, progettista della struttura, si domandava perché non fossero stati coinvolti i privati.
Come no, li abbiamo coinvolti. Non hanno risposto. L’unica attività a rispondere è stata San Bortolomeo.

I bandi erano aperti a tutti o solo ai calatini?
A tutti, non si potevano riservare solo ai calatini.

Perché nessuno ha risposto?
Perché quello che mancava era l’assenza di iniziativa privata. La mentalità dominante era quella di chiedere il posto fisso, e questo non era un discorso fattibile. Io cercavo di spiegare alle persone, impiegando anche delle ore, che non funziona così. Riguardo ai progetti europei ho dato una risposta aprendo a Caltagirone uno sportello di assistenza per l’impresa. Erano previste 5 milioni delle vecchie lire per aprire una piccola attività imprenditoriale. Molti hanno aperto così, chi uno studio fotografico chi un allevamento di lumache. A me interessava far nascere lo SPIRITO IMPRENDITORIALE, non ASSISTENZIALE.

Il comune avrebbe ceduto i caselli o li avrebbe dati in concessione?
In concessione e per questa ragione i privati si preoccupavano, ma c’erano anche tanti finanziamenti.

Quindi il fallimento è stato proprio quando si è iniziato a interagire coi privati?
Esatto.

E come se lo spiega?
Con la mentalità, perché c’era prevalentemente un’idea assistenzialista. Peraltro, lo sportello era stato aperto proprio per supportare, per supplire a questa carenza storica. Gli artigiani preferivano diventare portantini all’ospedale, lasciavano l’imprenditoria per il posto fisso. Noi abbiamo provato a stimolare un cambiamento ma sono processi culturali lunghi.

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