L’amor che move le strisce e l’altre stelle

Sembra strano, ma uno dei più importanti alleati degli Stati Uniti d’America è un Regno che per nulla si potrebbe definire occidentale. Il Regno dell’Arabia Saudita. Si tratta di un Paese islamico di stampo ultraconservatore al cui interno tutto è gestito da rapporti di fiducia e lealtà, e la figura del Monarca si annebbia tra la sfera politica e quella religiosa, altalenando tra le posizioni di detentore del potere politico, e quella di “Custode delle due Sacre Moschee”. In altre parole, l’impegno di difendere i luoghi più sacri dell’Islam è fuso insieme alla stessa essenza dello Stato saudita, che dalla sua nascita a oggi continua a interpretare in maniera ferrea, rigida e conservatrice i principi tanto discussi della religione islamica, ponendosi come l’unico Stato a riuscire in una sfida tra il mantenimento di indissolubili tradizioni interne e il perseguimento della cooperazione mondiale. Continua a leggere

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Com’è bello far trazzere da Messina in giù

Il 2015 sicuramente non è stato un ottimo anno per la Sicilia. Non che recentemente l’isola più grande del Mediterraneo abbia vantato anni d’oro, anzi, ma sicuramente il 2015 non potrà essere dimenticato. Che quello delle infrastrutture in Italia sia un problema è già noto in tutto il Mondo, e ogni anno milioni di turisti e visitatori hanno modo di appurarlo con i loro occhi. Ma in Sicilia, questo problema, diventa un terrore. Continua a leggere

Terrore israeliano

Quella di Netanyahu è una vittoria che nasconde un significato molto profondo, e che non va trascurato. Benjamin Netanyahu, classe 1949, è il “nuovo” presidente dello Stato di Israele, dopo la sua consecutiva vittoria alle elezioni presidenziali avvenuta solamente due giorni fa. Leader del partito Likud, Netanyahu è un politico di una destra conservatrice e nazionalista. L’elezione degli ultimi giorni ha avuto come vertice il terrore che ha il popolo israeliano prova quotidianamente sentendosi minacciato dai vari Stati musulmani che non riconoscono la sua legittimità. Le paure non sembrano essere del tutto infondate: da poco più di un mese l’Iran ha affermato di armare ribelli palestinesi per la lotta contro Israele e di voler dotarsi di energia nucleare (cosa che se non venisse fatta in modo controllato sarebbe un’occasione per l’Iran di iniziare a possedere armi nucleari). Continua a leggere

I tagli di Tsipras

È il 25 Gennaio 2015 e Alexis Tsipras canta vittorioso Bella Ciao e annuncia solennemente “oggi il popolo greco ha fatto la storia, oggi chiudiamo il circolo vizioso dell’austerità”. Ci si aspettava il peggio: l’Europa in crisi (non economica, ma esistenziale), la possibilità di un cambio di rotta della politica economica (cioè l’annullamento delle politiche di austerity per tutti i Paesi UE), l’uscita della Grecia dall’Unione e il crollo dell’euro nei confronti del dollaro. Uno scenario apocalittico, se volessimo esagerare. E invece quello della Grecia si è rivelato essere, almeno fino a oggi, un pugno doloroso come una carezza di una piuma: il giorno seguente alla vittoria di Tsipras, infatti, tutte le banche europee hanno concluso quella giornata con un bel segno positivo (la Borsa di Milano tra le migliori), mentre invece Atene è entrata in un dirupo che sembra giungere a profondità estreme. Anche il rapporto euro/dollaro risente della vittoria tsipriana, e in positivo: infatti nei 5 giorni dopo l’esito delle elezioni l’euro guadagna un risultato, seppur modesto, dello 0,01% (una buona notizia considerato che si prevedeva un sostanziale esito negativo). Nemmeno i miliardi che ogni nazione ci ha rimesso prestandoli alla Grecia possono ritenersi un grave danno, anche se l’Italia rischia di perdere (o meglio, ha già perso) quasi 40 miliardi (nulla però se comparati ai 300 mld annui persi a causa dell’embargo alla Russia). Continua a leggere

The black fall: il prezzo del petrolio

Il nero sfila, certamente. Ma quando i capitalisti parlano di nero, non parlano certo di quali vestiti facciano sembrare più magri, bensì intendono il loro oro (nero, appunto) che oggi sta facendo dimagrire i portafogli delle grandi compagnie petrolifere. Ovviamente non siamo più nei tempi di Rockefeller, quando il grande magnate newyorchese controllava Cleveland e tutti i pozzi di estrazione più importanti del suolo statunitense arricchendosi a dismisura, e questo lo dimostra il recente crollo del prezzo del petrolio. Continua a leggere