What future for France in Europe after the elections?

On April 23 France will celebrate presidential elections, which are crucial not only for France itself but also for the European Union’s stability. Candidates are 11 in total, but the most important are 5: Fillon, Hamon, Macron, Melenchon, Le Pen.

François Fillon is the Republican candidate for the center-right wing party, same as Sarkozy (which he defeated in the primaries). He was Prime Minister from 2007 to 2012 under President Sarkozy. He is currently involved in a scandal of alleged illicit public reimbursements addressed to his wife and children.

Benoit Hamon is the Socialist candidate of the center-left wing party, same as actual President François Hollande. He won the primaries against Prime Minister Valls. He was Minister of Education. He struggles to hold together his party and suffers the loss of popularity of Hollande.

Emmanuel Macron is the atypical candidate for this election, vaguely liberalist. He is not a member of parliament but a business banker. Being Hollande’s economic advisor, he was then promoted to Minister of Economy. He left the office to found a party of his own, and to stand for election.

Jean-Luc Melenchon is the far left wing party candidate. It was a member of Hollande’s Socialist Party but he left it in 2008 and ran alone at the 2012 election, finishing fourth. It has the support of the French Communist Party, and in general of all the forces of the left.

Marine Le Pen is the President of the National Front, the French nationalist party. In 2011 she succeeded his father as party leader. At the 2012 presidential elections she finished third after Hollande and Sarkozy. At the 2014 European hers is the most voted party in France. Continua a leggere

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Le elezioni in Francia decideranno il futuro dell’Europa

Il 23 aprile si terranno in Francia le elezioni presidenziali che sono di fondamentale importanza non solo per i cugini transalpini ma anche per la tenuta dell’Unione Europea. I candidati sono in totale 11, ma i più importanti sono 5: Fillon, Hamon, Macron, Melenchon, Le Pen.

François Fillon è il candidato repubblicano di centro-destra, lo stesso partito di Sarkozy che ha sconfitto alle primarie. È stato primo ministro sotto la presidenza Sarkozy 2007-2012. Al momento è implicato in uno scandalo su rimborsi pubblici di cui avrebbero beneficiato la moglie e i figli.

Benoit Hamon è il candidato socialista di centro-sinistra, lo stesso partito dell’attuale presidente François Hollande. Ha vinto le primarie contro il primo ministro Valls. È stato Ministro dell’Istruzione. Fatica a tenere unito il suo partito e soffre il calo di popolarità di Hollande.

Emmanuel Macron è il candidato atipico di questa tornata elettorale, vagamente liberalista. Non è un parlamentare ma un banchiere d’affari. Diventa prima consulente economico di Hollande ed è poi promosso a Ministro dell’Economia. Lascia la carica per fondare un partito tutto suo e presentarsi alle elezioni.

Jean-Luc Melenchon è il candidato più a sinistra di tutti. Faceva parte del Partito Socialista di Hollande ma ne esce nel 2008 e corre da solo alle elezioni del 2012, arrivando quarto. Ha il sostegno del Partito Comunista Francese e in generale di tutte le forze di sinistra.

Marine Le Pen è la Presidente del Fronte Nazionale, il partito nazionalista francese. Nel 2011 succede al padre alla guida del partito. Alle presidenziali del 2012 arriva terza dopo Hollande e Sarkozy. Alle europee del 2014 il suo è il partito più votato in Francia. Continua a leggere

Breve storia del nucleare in Italia

La storia del nucleare in Italia è particolare perché dominata da approssimazione e scelte condotte sulla base del trasporto emotivo. Il che coincide in buona misura con le scelte politiche energetiche italiane degli ultimi sessant’anni. Non parlerò diffusamente di come l’idea del nucleare sia nata e poi morta perché è totalmente inutile (e oltremodo noioso) stare a rincorrere tutte le sigle dei vari enti che negli anni sono stati creati e disfatti dai numerosi governi italiani, nell’inconcludente tentativo di raggiungere una idea precisa di cosa dovesse significare l’energia nucleare in Italia. Ne citerò giusto un paio per dovere di cronaca.

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Perché al referendum voto sì

Questo articolo presuppone una minima conoscenza delle novità che la riforma porta con sé, che potete facilmente leggere in questo articolo. Io esporrò i motivi per cui ho deciso di votare sì. Come vedrete voi stessi durante la lettura, i miei dubbi sono ancora molti ma ho deciso di prendere una posizione netta e basare la mia decisione su un unico aspetto che, secondo me, in una situazione di indecisione rappresenta la chiave per dare un giudizio su questo referendum. Continua a leggere

Perché al referendum non voto, anche se sostengo le rinnovabili

Nel mio precedente articolo ho snocciolato alcuni dati utili per farsi una propria opinione in merito al referendum del 17 aprile. In quell’articolo, dopo un processo abbastanza lungo e combattuto, mi sono schierato a favore del SÌ. Dato che le sole motivazioni tecniche non sono riuscite a farmi propendere né per il SÌ né tantomeno per il NO, la vera ragione che mi spingeva a votare SÌ era la seguente: bisogna dare un segnale forte alla classe politica del Paese affinché continui a supportare la transizione verso le risorse di energia rinnovabili. Una motivazione un po’ stirata, ma che nel mio caso ha fatto pendere l’ago della bilancia verso il SÌ. Forse alcuni avranno notato che nell’esporre i dati e poi la mia opinione non ho neanche una volta fatto menzione dell’astensione. Il motivo è semplice: ritenendo di avere un forte senso dello Stato e delle istituzioni, l’eventualità di astenersi a una qualsiasi chiamata elettorale è fuori discussione. Per questo motivo ho provato un sincero disagio nell’apprendere che il Partito Democratico invitasse i propri elettori all’astensione. Per me era inconcepibile che un partito, che poi è anche quello che governa il Paese, invitasse i suoi cittadini all’astensione. Allora ho cominciato a farmi qualche domanda e ad approfondire quello straordinario istituto di democrazia diretta che è il referendum. E ho trovato un documento del Senato che riassume in breve il dibattito che scaturì fra il ’46 e il ’47 fra i padri costituenti sulla decisione di inserire o meno il quorum di partecipazione al voto, cioè quel meccanismo per cui se non va a votare la metà più uno degli elettori il referendum non è considerato valido. Ebbene apprendo che il raggiungimento del quorum fu introdotto, nelle intenzioni dei padri costituenti, allo scopo di evitare che una legge eventualmente approvata con larghissima maggioranza dal Parlamento fosse poi abrogata da una esigua parte dell’elettorato. Continua a leggere